Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 96

Supplemento n° 96 al BOLLETTINO PARROCCHIALE – Domenica 25 agosto 2013

Carissimi fedeli,

molti ritornano dalle ferie ed altri si preparano ancora a partire…

Forse alcuni sono particolarmente distratti in questi giorni di smobilitazione, speriamo NON smobilitazione spirituale!

Intanto i delinquenti non dormono… avete letto del magrebino di Isorella arrestato a Castelletto dai carabinieri di Leno per spaccio? (Se questa è l’integrazione degli stranieri…) Imparare i vizi è assai più facile che esercitarsi nelle virtù…

Domenica scorsa il Papa all’Angelus ha usato delle espressioni molto belle e forti per spiegarci la fede. Vorrei riprenderle subito, qui:

 

la fede non è una cosa decorativa, ornamentale; vivere la fede non è decorare la vita con un po’ di religione, come se fosse una torta e la si decora con la panna. No, la fede non è questo. La fede comporta scegliere Dio come criterio-base della vita, e Dio non è vuoto, Dio non è neutro, Dio è sempre positivo, Dio è amore, e l’amore è positivo!

Dopo che Gesù è venuto nel mondo non si può fare come se Dio non lo conoscessimo. Come se fosse una cosa astratta, vuota, di referenza puramente nominale; no, Dio ha un volto concreto, ha un nome: Dio è misericordia, Dio è fedeltà, è vita che si dona a tutti noi.

Per questo Gesù dice: sono venuto a portare divisione; non che Gesù voglia dividere gli uomini tra loro, al contrario: Gesù è la nostra pace, è la nostra riconciliazione!

Ma questa pace non è la pace dei sepolcri, non è neutralità, Gesù non porta neutralità, questa pace non è un compromesso a tutti i costi. Seguire Gesù comporta rinunciare al male, all’egoismo e scegliere il bene, la verità, la giustizia, anche quando ciò richiede sacrificio e rinuncia ai propri interessi.

E questo sì, divide; lo sappiamo, divide anche i legami più stretti. Ma attenzione: non è Gesù che divide! Lui pone il criterio: vivere per se stessi, o vivere per Dio e per gli altri; farsi servire, o servire; obbedire al proprio io, o obbedire a Dio. Ecco in che senso Gesù è «segno di contraddizione» (Lc 2,34).

Dunque, questa parola del Vangelo non autorizza affatto l’uso della forza per diffondere la fede. E’ proprio il contrario: la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell’amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza. Fede e violenza sono incompatibili! Fede e violenza sono incompatibili! Invece fede e fortezza vanno insieme. Il cristiano non è violento, ma è forte. E con che fortezza? Quella della mitezza, la forza della mitezza, la forza dell’amore…                 (dall’Angelus – 18-08-2013)

 

Che differenza con “i fratelli musulmani” dell’Egitto, vero? Chi sono? Sì, lo sapete. Sono i terroristi che incendiano le chiese copte (sembra più di 40 in qualche settimana!); sono quelli che si sentono autorizzati al Jihad (= il massimo sforzo), che è la legge coranica intesa in senso integrale e integralista e che, all’estremo, porta anche alla guerra santa e sono spronati alla violenza dai loro capi…

Il Vangelo di questa domenica (21a per Annum-C) richiama l’esigenza di un altro tipo di Jihad, il massimo sforzo, non per macellare gli altri, ma per vincere se stessi e la propria pigrizia e per entrare attraverso la porta stretta…

Ah, va ricordato: chi ha una cresta troppo alta (= la superbia) non ce la fa a passare per questa porta…

Nelle pagine seguenti v’invito alla lettura, riprendendo un passo dell’Enciclica del Papa “Lumen Fidei” che ci aiuta a celebrare bene la festa di Sant’Agostino (che anticipiamo a martedì) ed un altro che nomina Madre Teresa di Calcutta, che ricorderemo domenica 1° settembre…

Il Parroco – Don Gianluca
Dall’ENCICLICA “Lumen Fidei”

Il dialogo tra fede e ragione – num. 32-33-34

32. La fede cristiana, in quanto annuncia la verità dell’amore totale di Dio e apre alla potenza di questo amore, arriva al centro più profondo dell’esperienza di ogni uomo, che viene alla luce grazie all’amore ed è chiamato ad amare per rimanere nella luce. Mossi dal desiderio di illuminare tutta la realtà a partire dall’amore di Dio manifestato in Gesù, cercando di amare con quello stesso amore, i primi cristiani trovarono nel mondo greco, nella sua fame di verità, un partner idoneo per il dialogo. L’incontro del messaggio evangelico con il pensiero filosofico del mondo antico costituì un passaggio decisivo affinché il Vangelo arrivasse a tutti i popoli, e favorì una feconda interazione tra fede e ragione, che si è andata sviluppando nel corso dei secoli, fino ai nostri giorni. Il beato Giovanni Paolo II, nella sua Lettera enciclica Fides et ratio(1998),ha mostrato come fede e ragione si rafforzino a vicenda. Quando troviamo la luce piena dell’amore di Gesù, scopriamo che in ogni nostro amore era presente un barlume di quella luce e capiamo qual era il suo traguardo ultimo. E, nello stesso tempo, il fatto che il nostro amore porti con sé una luce, ci aiuta a vedere il cammino dell’amore verso la pienezza di donazione totale del Figlio di Dio per noi. In questo movimento circolare, la luce della fede illumina tutti i nostri rapporti umani, che possono essere vissuti in unione con l’amore e la tenerezza di Cristo.

33. Nella vita di sant’Agostino, troviamo un esempio significativo di questo cammino in cui la ricerca della ragione, con il suo desiderio di verità e di chiarezza, è stata integrata nell’orizzonte della fede, da cui ha ricevuto nuova comprensione. Da una parte, egli accoglie la filosofia greca della luce con la sua insistenza sulla visione. Il suo incontro con il neoplatonismo gli ha fatto conoscere il paradigma della luce, che discende dall’alto per illuminare le cose, ed è così un simbolo di Dio. In questo modo sant’Agostino ha capito la trascendenza divina e ha scoperto che tutte le cose hanno in sé una trasparenza, che potevano cioè riflettere la bontà di Dio, il Bene. Si è così liberato dal manicheismo in cui prima viveva e che lo inclinava a pensare che il male e il bene lottassero continuamente tra loro, confondendosi e mescolandosi, senza contorni chiari. Capire che Dio è luce gli ha dato un orientamento nuovo nell’esistenza, la capacità di riconoscere il male di cui era colpevole e di volgersi verso il bene.

D’altra parte, però, nell’esperienza concreta di sant’Agostino, che egli stesso racconta nelle sue Confessioni, il momento decisivo nel suo cammino di fede non è stato quello di una visione di Dio, oltre questo mondo, ma piuttosto quello dell’ascolto, quando nel giardino sentì una voce che gli diceva: “Prendi e leggi”; egli prese il volume con le Lettere di san Paolo soffermandosi sul capitolo tredicesimo di quella ai Romani. Appariva così il Dio personale della Bibbia, capace di parlare all’uomo, di scendere a vivere con lui e di accompagnare il suo cammino nella storia, manifestandosi nel tempo dell’ascolto e della risposta.

E tuttavia, questo incontro con il Dio della Parola non ha portato sant’Agostino a rifiutare la luce e la visione. Egli ha integrato ambedue le prospettive, guidato sempre dalla rivelazione dell’amore di Dio in Gesù. E così ha elaborato una filosofia della luce che accoglie in sé la reciprocità propria della parola e apre uno spazio alla libertà dello sguardo verso la luce. Come alla parola corrisponde una risposta libera, così la luce trova come risposta un’immagine che la riflette. Sant’Agostino può riferirsi allora, associando ascolto e visione, alla « parola che risplende all’interno dell’uomo ». In questo modo la luce diventa, per così dire, la luce di una parola, perché è la luce di un Volto personale, una luce che, illuminandoci, ci chiama e vuole riflettersi nel nostro volto per risplendere dal di dentro di noi. D’altronde, il desiderio della visione del tutto, e non solo dei frammenti della storia, rimane presente e si compirà alla fine, quando l’uomo, come dice il Santo di Ippona, vedrà e amerà. E questo, non perché sarà capace di possedere tutta la luce, che sempre sarà inesauribile, ma perché entrerà, tutto intero, nella luce.

34. La luce dell’amore, propria della fede, può illuminare gli interrogativi del nostro tempo sulla verità. La verità oggi è ridotta spesso ad autenticità soggettiva del singolo, valida solo per la vita individuale. Una verità comune ci fa paura, perché la identifichiamo con l’imposizione intransigente dei totalitarismi. Se però la verità è la verità dell’amore, se è la verità che si schiude nell’incontro personale con l’Altro e con gli altri, allora resta liberata dalla chiusura nel singolo e può fare parte del bene comune. Essendo la verità di un amore, non è verità che s’imponga con la violenza, non è verità che schiaccia il singolo. Nascendo dall’amore può arrivare al cuore, al centro personale di ogni uomo. Risulta chiaro così che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti.

D’altra parte, la luce della fede, in quanto unita alla verità dell’amore, non è aliena al mondo materiale, perché l’amore si vive sempre in corpo e anima; la luce della fede è luce incarnata, che procede dalla vita luminosa di Gesù. Essa illumina anche la materia, confida nel suo ordine, conosce che in essa si apre un cammino di armonia e di comprensione sempre più ampio. Lo sguardo della scienza riceve così un beneficio dalla fede: questa invita lo scienziato a rimanere aperto alla realtà, in tutta la sua ricchezza inesauribile. La fede risveglia il senso critico, in quanto impedisce alla ricerca di essere soddisfatta nelle sue formule e la aiuta a capire che la natura è sempre più grande. Invitando alla meraviglia davanti al mistero del creato, la fede allarga gli orizzonti della ragione per illuminare meglio il mondo che si schiude agli studi della scienza.

 

Invito del VESCOVO – Mons. Luciano Monari

al Convegno diocesano dei CATECHISTI

(pare che riguardi anche quelli di Castelletto)

 

Carissimi catechisti e catechiste,

 

sono lieto di invitarvi anche quest’anno al tradizionale appuntamento dell’assemblea diocesana.

Il tema “Catechisti in missione” mi sta particolarmente a cuore. Infatti, ho scelto di dedicare la lettera pastorale per l’anno 2013-2014 al tema della missionarietà della Chiesa.

La Chiesa è essenzialmente “missionaria”, perché inviata per dire Cristo al mondo e per dare al mondo la forma di Cristo. Nell’azione missionaria ecclesiale i catechisti svolgono da sempre un ruolo determinante. Questo compito appare particolarmente urgente oggi, nell’orizzonte di quella grande sfida a cui è chiamata la Chiesa contemporanea e che va sotto il nome di “nuova evangelizzazione”. Si tratta di testimoniare Cristo in modo che la fede intercetti la vita degli uomini e delle donne del nostro tempo, compresi quei battezzati che hanno abbandonato da tempo ogni pratica religiosa. Prepariamoci nella preghiera e nella disponibilità a lasciarci guidare dallo Spirito Santo, perché la nostra vita e le nostre comunità assumano un volto sempre più missionario.

Ringraziandovi per il generoso servizio, vi benedico nel Signore

+ Luciano Monari