Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 233

Parrocchia della Trasfigurazione di Nostro Signore

Piazza Giovanni Paolo II, 2 – 25024 – Castelletto di Leno – Brescia

Codice Fiscale 97004190175 – Partita IVA 03385840982

Il Parroco: Don Gianluca Loda – Telefono: 030-907915

Cellulare: 333-2332854

Sito Internet: www.parrocchiacastelletto.it

e-mail: gianluca2017loda@gmail.com

 

Supplemento Straordinario al

BOLLETTINO PARROCCHIALE n° 233– 28 OTTOBRE 2017

 

“Gli OGGETTI sono fatti per essere usati.
Le PERSONE sono fatte per essere amate.
Il mondo va storto perché si amano gli oggetti

e si usano le persone”.

 Il Signore Gesù, nella Preghiera Sacerdotale (Gv. 17) si era rivolto al Padre dicendo: “perché tutti siano una cosa sola” (versetto 21-a).

500 anni fa iniziava invece in Germania uno dei più terribili scismi (= divisioni) della Chiesa. Quest’anno, per la prima volta, luterani e cattolici commemorano l’evento da entrambe le parti.

Se il cammino del dialogo tra le Chiese resta difficile e non ha ancora prodotto risultati significativi dal punto di vista dogmatico (= delle verità di fede), ha ragione Papa Francesco che suggerisce di provare un’intesa in altre direzioni, ad esempio quella della carità fraterna, come disse a Lund in Svezia il 31 ottobre 2016.

Lascio la parola a Daniel Rops, che ci aiuta a ritornare a quel giorno famoso e ad inquadrarlo, seppure parzialmente, nel suo contesto.

Don Gianluca

 

500° ANNIVERSARIO delle 95 TESI di LUTERO

all’origine della RIFORMA PROTESTANTE

1517 – 31 ottobre – 2017

Era il 31 ottobre 1517. Nella piccola città tedesca di Wittenberg, un dominio dell’Elettore di Sassonia, l’affluenza e l’animazione erano al colmo. Come ogni anno, la festa di Ognissanti vi attirava migliaia di pie persone, desiderose di vedere, uscite dai tesori della Schlosskirche (= la chiesa del castello), le preziose reliquie che, con grandi spese, Sua altezza Federico il Saggio aveva raccolto. Ve n’erano molte, parecchie migliaia, e di qualità: non solo corpi interi di santi, chiodi della Passione, verghe della flagellazione, ma anche lini del Bambino Gesù e fili di paglia della sua greppia, nonché gocce di latte della sua Santissima Madre! Numerose e fruttuose indulgenze erano applicate alla venerazione di questi insigni tesori.

La mattina di quel giorno, sulla porta della Cappella del Castello, si trovò affisso un memoriale redatto in un latino di scuola, ordinato in 95 tesi, che un monaco agostiniano molto conosciuto in città si proponeva di difendere contro chiunque avesse voluto affrontarlo in contradditorio. Si trattava di quelle indulgenze che il buon popolo con tanta premura veniva a lucrare pregando davanti alle reliquie lasciando cadere i suoi gulden nelle cassette. Accalcati davanti alla Cappella, i pellegrini ascoltavano i più istruiti che traducevano:

“I predicatori delle indulgenze sono in errore quando dicono che esse liberano l’uomo e lo salvano. Chi dona ai poveri fa meglio che se acquistasse le indulgenze”.

Erano trecento righe di questo tenore, o ancora più aspre. E gli onesti fedeli si chiedevano dove voleva arrivare quel monaco, che scuoteva a quel modo una delle colonne della Chiesa.

Sul piano dottrinale l’indulgenza non si presenta affatto come un mezzo automatico per scaricarsi a buon mercato dalle giuste pene. In questa pratica, ottima se interpretata correttamente, s’erano insinuati certi eccessi facilmente immaginabili, condannati dal Papa fin dal 1312. Talvolta, accompagnati da collettori installati ai piedi del pulpito, ci si chiede se lo scopo dei predicatori era quello di salvare le anime o di raccogliere ducati! Si vedevano strani traffici accompagnare troppo spesso la concessione dell’indulgenza: talvolta addirittura il diritto di questa era aggiudicato all’asta! Lo stesso Papa Leone X ne aveva assegnato la predicazione ai famosi banchieri Fugger, di Augusta, con pegno di un prestito sulla loro cassa. Il clima del tempo era favorevole a questo genere di procedimenti: quando nel 1514, l’Hohenzollern Alberto di Brandeburgo si era fatto eleggere Arcivescovo di Magonza, i diritti di cancelleria, molto onerosi, diecimila ducati, accresciuti da una composizione volontaria di altri diecimila ducati destinata a dissipare gli scrupoli della Curia, erano stati finanziati anch’essi dai Fugger, ai quali era stato promesso in compenso un terzo delle rendite della grande indulgenza pontificia.

Alcuni predicatori, come il celebre Tetzel dicevano: “Appena la moneta tintinna sul fondo della cassetta, l’anima (in favore della quale la si dona) balza fuori dal Purgatorio”.

Già negli ultimi decenni, ad esempio in Francia, la Sorbona aveva stigmatizzato predicazioni errate e che apparivano quasi magiche.

Lo stesso Erasmo da Rotterdam diceva:

“Un trafficante, un mercenario, un giudice non hanno che da gettare un denaro preso dal bottino di tante rapine, e immaginano di avere in tal modo purgato tutto lo stagno di Lerna[1] della loro vita!”.

Nel 1517, l’indulgenza più importante predicata in Germania, era quella concessa per due volte dai Papi ai cristiani generosi che avessero offerto denaro per la nuova Basilica di San Pietro, in costruzione in quegli anni. L’Arcivescovo aveva affidato ai Domenicani l’incarico di predicare l’indulgenza e questo non poteva non suscitare tra gli Agostiniani una fraterna, ma piuttosto acre gelosia.

Ma chi era il monaco Martin Lutero?

Nato il 10 novembre 1483, ad Eisleben, in Sassonia, secondo di otto figli, era stato allevato a Mansfeld, dove suo padre, Hans, era venuto a stabilirsi sei mesi dopo la sua nascita. Lui e la moglie, Margherita, erano di carattere forte, rudi, abituati al lavoro duro e faticoso, con una famiglia numerosa da crescere. Hans era un uomo pio, di costumi irreprensibili, ma pronto alla collera, ostinato nel voler passare dal grado di operaio minatore al grado di capo-reparto; voleva che in casa sua tutto filasse liscio. Sua moglie condivideva pienamente le sue idee, mandava avanti il suo piccolo mondo con mano ferma, che talvolta i bambini trovavano troppo pesante. Martino, fin dai primi anni, manifestò un’intelligenza vivace, tanto che gli fu permesso di continuare gli studi, fino ad arrivare all’Università di Erfurt, dove aveva conseguito brillantemente il magistero in umanità e compiuto grandi progressi nell’arte di scrivere e di filosofare. Tutto normalissimo, fino agli inizi dei suoi studi in Diritto.

Il 2 luglio 1505, mentre tornava solo da Mansfeld ad Erfurt, era stato sorpreso da un temporale di violenza inconsueta. Un fulmine gli era scoppiato così vicino che egli si era creduto morto. In tale pericolo, secondo l’usanza, aveva invocato Sant’Anna e mormorato: “Se mi aiuti mi farò monaco”. Fu un voto avventato, ma comunque spontaneo. Altri incidenti avevano già preceduto questo moto dell’anima, incidenti mal conosciuti nei particolari, tanto la leggenda ci ha ricamato sopra, ma il cui significato non lascia dubbi: una grave malattia durante l’adolescenza, la morte improvvisa di un amico, una ferita che si era fatto maneggiando la sua spada di studente e che aveva sanguinato a lungo: tutto ciò l’aveva posto di fronte alla grande evidenza che la gioventù ignora, quella della morte. L’episodio del temporale aveva quasi posto il sigillo a questa rivelazione. La natura impressionabile di Martino, la sua sensibilità molto viva, avevano reagito a quella paura fisica che il colpo di fulmine aveva provocato in lui. Nessuno, né familiari, né amici avevano potuto trattenerlo dall’essere fedele alla promessa, tanto che quindici giorni dopo l’incidente della strada era andato a battere alla porta del convento degli Eremiti di Sant’Agostino.

Era diventato sacerdote nel 1507. Fin dall’inizio godeva di grande considerazione nel suo Ordine, tanto che nell’inverno 1510-1511 era stato scelto per andare a Roma a sottoporre ai superiori la disputa che ferveva tra gli Agostiniani di stretta e di larga osservanza. Durante le quattro settimane del suo soggiorno romano Lutero s’era comportato da pio pellegrino, assai desideroso di vedere il maggior numero di chiese, di lucrare le indulgenze annesse a queste visite, di salire in ginocchio la Scala Santa… insomma, come un brav’uomo pazzamente devoto, come dice egli stesso. Della corte pontificia non aveva visto altro se non quello che poteva scorgere un umile fraticello tedesco di passaggio. Aveva sentito molte chiacchiere, ma senza che queste, al momento, gli facessero molto effetto. Solo più tardi, dopo essere stato condannato dalla Chiesa cattolica, riprendendo i suoi ricordi romani vi troverà delle giustificazioni per il suo atteggiamento e dirà che nella capitale della cristianità non era riuscito a trovare un solo confessore, tanto era grande l’ignoranza; che aveva visto sette preti biascicare la messa in un’ora allo stesso altare a San Sebastiano, che era stato testimone dell’impudente contegno delle donne in chiesa. Forse era vero; ma questo giudizio severo egli lo proferiva solo venticinque anni più tardi, molto più tardi.

Di ritorno in Germania era stato destinato al Convento di Wittenberg e l’anno successivo fu promosso dottore in teologia. S’era visto affidare la cattedra di Sacra Scrittura all’Università. I suoi corsi avevano ottenuto un vivo successo: uno sui Salmi, uno sulle Lettere di San Paolo; buon predicatore si era anche fatto amare dai suoi ascoltatori. Il suo superiore Staupitz lo teneva in grande considerazione; perciò l’aveva nominato “vicario di distretto” (= provinciale), con giurisdizione sopra undici case dell’Ordine. Anzi era perfino arrivato a dirgli: “È Cristo che parla per bocca vostra”. L’importanza di Lutero e il suo prestigio rendevano ancor più grave il gesto che egli aveva compiuto la vigilia di Ognissanti del 1517, erigendosi contro i predicatori di indulgenze.

Ma perché l’aveva fatto?

La sua anima era tormentata da un’inquietudine che l’entrata in convento non era riuscita a dissipare. Nel 1518 Lutero disse: “Conosco un uomo che assicura di aver sofferto angosce così intense che nessuna lingua saprebbe descriverle” e “Il mio cuore sanguinava recitando il Canone della Messa” diceva parlando degli anni in cui era un giovane prete. L’angoscia gli proveniva dal fatto di rendersi conto della gravità del peccato. Ogni volta che lo attraversava il minimo pensiero di impurità, di violenza, di dubbio… egli si credeva dannato. Nessuna preghiera, nessun esercizio di ascesi, neppure la confessione quotidiana riuscivano a strapparlo dall’ossessione dell’inferno sempre presente: “Facevo penitenza, ma la disperazione non mi lasciava” diceva. Cristo gli appariva come un giudice severo, come un padrone armato di bastone, un carnefice al quale bisognava estenuarsi in digiuni, mortificazioni e preghiere. Con quale risultato? Nessuno! Perché non si aveva neanche la certezza di riuscire a piegare la sua collera. Su Lutero aveva avuto grande influenza il nominalismo di Ockham, secondo cui l’uomo può superare il peccato con la sua volontà, ma ogni atto umano diventa meritorio soltanto se Dio lo accetta. Ne derivava l’idea che Dio sarebbe un padrone agli occhi del quale niente acquista merito. Ne consegue che la libertà dell’uomo è solo apparente, in quanto predestinato da Dio alla salvezza o alla dannazione. Come conseguenza le opere non hanno importanza e la salvezza si può ottenere solo in funzione della fede in Cristo.

Lutero si trovava così intubato in un vicolo cieco…

Finché gli arrivò l’illuminazione, che gli sarebbe venuta in una torre del convento di Wittenberg, che egli designava come “cloaca”: “la giustizia di Dio significa quella per la quale il giusto vive del dono di Dio, cioè della fede. Dio pieno di misericordia ci giustifica per mezzo della fede”. Ecco la scoperta prodigiosa del giovane monaco torturato dal timore e dall’angoscia! Il Dio carnefice, armato di bastone, si ritirava, cedendo il posto a Colui verso il quale l’anima poteva volgersi fiduciosa…

La Chiesa cattolica insegna che Dio è “giusto” nel senso che distribuisce le sue grazie in modo equo a tutti e non in virtù di una specie di capriccio incomprensibile. La salvezza e la beatitudine eterna si meritano su questa terra con gli sforzi e le opere. Il peccato è qualcosa di grave, ma l’uomo può combatterlo. La fede è l’inizio della giustificazione, che si compie ricevendo il sacramento nell’atto di contrizione o nell’atto di carità. Non basta credere per essere salvati!

Lutero, da spirito intelligente aveva trovato la risposta alle sue angosce e voleva farne partecipi quei fedeli che s’illudevano che tutto si potesse ridurre a “meriti” da ottenere con “opere” legate alle indulgenze.

Sicuramente il 31 ottobre 1517 Lutero non immaginava quello che sarebbe successo in seguito alla pubblicazione delle sue 95 tesi. Egli voleva far sentire al mondo la risposta del cielo al grido lanciato dal fondo del suo abisso. Ma a quel grido doveva rispondere subito la voce di una Germania inquieta, sordamente fremente di passioni mal contenute. E questo dramma spirituale doveva scatenare una rivoluzione…

(Estratto da: Daniel Rops, Accademico di Francia –

Storia della Chiesa del Cristo – volume 4° – Tomo 1° – Capitolo 5° – pagine 271-287)


 

[1] Stagno di melma – riferimento alla mitologia greca.