Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 212

Parrocchia della Trasfigurazione di Nostro Signore

Piazza Giovanni Paolo II, 2 – 25024 – Castelletto di Leno – Brescia

Codice Fiscale 97004190175 – Partita IVA 03385840982

Il Parroco: Don Gianluca Loda – Telefono: 030-907915 – Cellulare: 333-2332854

Sito Internet: www.parrocchiacastelletto.it – e-mail: don.gianluca.loda@virgilio.it

 

Supplemento Straordinario n° 212 al BOLLETTINO PARROCCHIALE

23 APRILE 2017 – OTTAVA DI PASQUA –

DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Carissimi castellettani:

 

IL SIGNORE È VERAMENTE RISORTO! ALLELUIA!

Che scoperta! Lo sapevamo già; mi si potrebbe rispondere. Invece lo ripeto, perché anche le cose più grandi e più sante, anche le cose più ovvie e scontate… si possono dimenticare!

Il problema sta proprio qui. Sappiamo tutti che il Signore è risorto, ma questo non incide per niente sulla vita, non cambia niente… Allora un cristiano si adatta a vivere come un pagano o come un ateo… come se Cristo non fosse Risorto, come se Dio, addirittura, non ci fosse!!!

Basta guardare il cielo, di giorno o in una limpida sera di stelle, è sufficiente contemplare qualche particolare della primavera che si manifesta nei campi, nei giardini, in un prato e perfino sul ciglio di una strada; cespugli e fioretti di tutti i colori che crescono ovunque e sembrano dire: rendiamo lode a Te, Signore, e a tutte le tue creature; grazie perché ci vuoi bene. Ci associamo anche noi alla creazione nel RENDIMENTO DI GRAZIE, anche se noi “umani” non vogliamo sempre bene a Te, Signore e non sempre ci vogliamo bene tra noi, gli uni gli altri, come ci hai insegnato.

Bellissima è la suggestione che dipinge il nostro Vescovo nell’ESTRATTO dall’OMELIAdel Giovedì Santo tenuta in Cattedrale a noi Sacerdoti, convenuti come ogni anno per la Messa Crismale; ho tagliato le parti che dobbiamo meditare soprattutto noi, sacerdoti, lasciando le forti suggestioni di una lettura essenziale e profonda dei nostri giorni, nei quali tutti siamo chiamati a vivere il Vangelo che è una lieta notizia. Quale: che Gesù Cristo è Risorto dai morti e che anche noi risorgeremo un giorno con Lui alla vita eterna…

Esiste forse qualche “notizia” più bella e più grande di questa???

Le donne, i discepoli di Emmaus, gli Undici… tutti coloro che vedono Gesù Risorto e s’incontrano con Lui non riescono a tenere per sé una notizia così eclatante. Questo vale anche per noi: chiunque ha incontrato Gesù Risorto nella Pasqua (con la Confessione, la Comunione e nelle opere di bene) trabocca di una gioia simile, che non può lasciare indifferenti e che diventa positivamente “contagiosa” per gli altri. Se questo invece venisse a mancare… potrebbe essere un sintomo negativo: qualcosa che dentro, non gira come dovrebbe, oppure che non ci si è liberati dal peso del peccato, che incupisce e intristisce, oppure ci si è adattati a fare i “cristiani da divano” comodi e spaparazzati per gli affari propri, infischiandosene di tutto e di tutti.

Nell’OTTAVA DI PASQUA siamo invitati a contemplare la MISERICORDIA di Gesù Risorto che delega gli Apostoli a dispensare in nome di Dio il Sacramento del PERDONO, dopo aver donato lo SPIRITO SANTO. Se avessimo un po’più di FEDE, almeno come quella di SAN TOMMASO, certamente andremmo a ricevere con regolarità e frequenza il Perdono di Dio… Tanti si vergognano dei peccati commessi. Un po’ di vergogna fa bene! Significa che hai ancora un po’ di dignità cristiana! Ma bisognerebbe vergognarsi piuttosto di fare i peccati! Altri dicono: io non ho peccati! Poveretti! Sono le anime con la coscienza più crassa e grossolana. Lo ricorda anche San Giovanni: “Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi” (1Gv 1,8).       Don Gianluca Loda


NOTA – il 13 aprile scorso comparivano sul settimanale diocesano alcune osservazioni che ritengo non corrette nei miei confronti. Nei giorni scorsi ho cercato di spiegare il perché, rispondendo educatamente, ma a tono a chi di dovere (Toffari, autore delle righe – al Direttore del Settimanale) e per conoscenza al Vescovo, per il quale rinnovo tutta la mia fiducia e la mia stima, specialmente dopo la bellissima omelia, tanto profonda ed umile, che ha fatto proprio il giovedì santo.

Ho appeso il testo di questa LETTERA APERTA alla porta maggiore della chiesa e ne darò copia a chi me lo domanda. Non mi pare utile la pubblicazione sul sito, per evitare altri strascichi inutili o fuorvianti, da parte di chicchessia.                                                                          

                  Dgl

CATTEDRALE – MESSA CRISMALE GIOVEDÌ SANTO, 13 APRILE 2017

ESTRATTO DALL’OMELIA DEL VESCOVO MONS. LUCIANO MONARI

 

Fratelli carissimi, un abbraccio a ciascuno di voi, con affetto, come sempre;

quest’anno, però, con una punta in più di commozione.

Per quanto è dato prevedere, infatti, questa è l’ultima celebrazione del Giovedì santo che presiedo con voi come vescovo di Brescia… sento il desiderio grande ringraziare il Signore per voi, per il dono che siete stati, per la vostra collaborazione e il vostro sostegno in questi anni.

Senza la vicinanza e l’affetto dei preti è impossibile per un vescovo vivere con gioia il ministero e la gioia è un requisito indispensabile perché il ministero sia fruttuoso…

IL FUTURO CHE ABBIAMO DAVANTI NON SI PRESENTA SEMPLICE.

Il vissuto contemporaneo è sempre più secolare e la dimensione religiosa fatica a diventare quello che vuole essere: l’orizzonte di fondo che motiva e unifica i diversi elementi della vita. La ragione strumentale sembra assorbire tutti gli ambiti dell’esperienza, con effetti paradossali. Possiamo interrogarci su tutto, ma non dobbiamo chiederci mai quale sia il senso della vita o addirittura se la vita abbia un senso; dobbiamo dubitare di tutto, ma non possiamo dubitare del pensiero ‘progressista’; qualunque comportamento sessuale è accettabile, ma non la scelta della verginità e del celibato. Siamo di fatto in una cultura dove domina il politically correct e dove il conformismo s’impone come dovere sociale.

Non c’è da sorprendersi più di tanto né da rimpiangere altri tempi che non sono certo stati migliori.

C’è solo da prendere atto che siamo di fronte a una scelta che si porrà sempre più inevitabile nel futuro: la scelta tra un cristianesimo che funziona come “RELIGIONE CIVILE” e un cristianesimo che funziona come “TESTIMONIANZA ALTERNATIVA”.

 

Di una religione civile ci sarà bisogno anche in futuro; i momenti più intensi della vita hanno bisogno di riti per non cadere nella banalizzazione: la nascita, il matrimonio, la malattia, la morte sono eventi troppo coinvolgenti per accontentarsi di registrazioni anonime presso un ufficio; anche chi si toglie deliberatamente la vita chiede un rito che testimoni la presenza in lui di qualcosa che trascende il puro evento.

Il problema è che una religione civile non ha bisogno di scelte e di rinunce così impegnative come, ad esempio, il celibato.

 

Il CELIBATO è motivato solo se c’è un Dio che irrompe realmente nella vita degli uomini sconvolgendola; ma non è certo sostenibile in una pura ottica di servizio religioso alla società.

Così noi oggi soffriamo una evidente tensione. Da una parte la società tende a secolarizzarci, a farci diventare operatori sociali al servizio del funzionamento della società stessa; dall’altra il vangelo e la tradizione cristiana ci chiedono una scelta radicale, senza compromessi: “Se qualcuno vuole venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua… Se qualcuno non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo… Chi vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti…”

Sappiamo che l’impegno di tutta la vita è essenziale nella scelta di un apostolo; mentre la tendenza contemporanea è quella di moltiplicare i desideri: l’auto potente, il vestito firmato, la bella presenza, il denaro, l’appartamento arredato con gusto, le ferie con franchigia…

Non sto condannando tutte queste cose: non sono nemico del piacere e conosco le ambiguità che si annidano in una critica acida.

Sto cercando di capire e non vorrei che il nostro stile di vita finisse per conformarsi a quello di un ‘single’, cioè di una persona che considera suo obiettivo supremo ritagliarsi uno spazio di vita gradevole, con piaceri ed emozioni che leniscano o facciano dimenticare la fatica di vivere.

Rischierebbe di verificarsi un’inversione dei fini: rinunciamo a tutte le soddisfazioni mondane per svolgere il ministero; poi, poco alla volta, svolgiamo il ministero in modo da ricuperare qualche soddisfazione mondana. Sarebbe davvero la sconfitta.

Che senso ha rinunciare a una donna e a dei figli e, nello stesso tempo, attaccarsi ai soldi o ai piaceri materiali? Il celibato è scelta di totalità…

Il futuro andrà certamente nella direzione di un ministero celibe di evangelizzazione, meno implicato nelle questioni di amministrazione delle comunità parrocchiali e dedicato invece allo studio, all’annuncio e alla testimonianza del vangelo.

L’amministrazione sarà probabilmente appannaggio dei diaconi o di altre figure ministeriali.

Ma guai se venisse meno il presbiterato celibe: vorrebbe dire che il Regno di Dio, cioè Dio stesso, non è così importante da giustificare il dono totale di una vita; che l’amore di Dio non è così arricchente da portare a pienezza un’esistenza umana.

Nello stesso tempo, la vita dei preti celibi dovrà TENDERE ALLA VITA COMUNE e non solo per motivi pratici.

Al vangelo non interessa solo la formazione di persone individualmente sante; interessa invece l’edificazione del Cristo totale, capo e corpo; interessa “che il nome di Dio sia santificato, che il suo Regno venga, che la sua volontà sia fatta”; interessa il cambiamento del mondo e della società degli uomini secondo una logica evangelica, cioè di solidarietà, di scambio generoso, di amore.

Ora, ciò che cambia davvero il mondo sono le esperienze di comunione che hanno in sé la forza di mettere insieme persone diverse e di suscitare il desiderio di imitazione…

La vita comune sarà, per i preti del futuro, una scuola preziosa che affianca la disciplina teologica e spirituale del seminario.

Se ripercorro il corso della mia vita, debbo riconoscere che non mi sono mai state imposte delle ‘OBBEDIENZE’ difficili; forse per questo non ho grande voglia di comandare.

Sono abbastanza orgoglioso da pensare che non ho bisogno dell’obbedienza degli altri per sentirmi bene con me stesso.

Quando chiedo l’obbedienza, come nel caso dell’Iniziazione Cristiana, lo faccio per dovere, perché il presbiterio bresciano sia unito e non ci siano ‘battitori liberi’ che vanno per una propria strada creando impicci e difficoltà agli altri.

Mi ha interessato, e m’interessa davvero molto, CHE I PRETI BRESCIANI SIANO UN CUORE SOLO E UN’ANIMA SOLA, immagine di quella Chiesa che deve diventare a sua volta riflesso della comunione trinitaria…

Spero, se il Signore mi darà qualche tempo ancora, di potere dedicarmi alla preghiera per voi e per me, al ministero della riconciliazione, alla predicazione del vangelo; senza altri compiti. Aiutatemi ancora con la vostra preghiera e con il vostro affetto; ho bisogno dell’uno e dell’altro…