Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 209

Parrocchia della Trasfigurazione di Nostro Signore

Piazza Giovanni Paolo II, 2 – 25024 – Castelletto di Leno – Brescia

Codice Fiscale 97004190175  Partita IVA 03385840982

Il Parroco: Don Gianluca Loda – Telefono: 030-907915 – Cellulare: 333-2332854

Sito Internet: www.parrocchiacastelletto.it – e-mail: don.gianluca.loda@virgilio.it

 

Supplemento Straordinario n° 209 al BOLLETTINO PARROCCHIALE

9 APRILE 2017 – DOMENICA delle PALME e DELLA PASSIONE

GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTU’

 

Carissimi Parrocchiani,

entriamo nella SETTIMANA SANTA, la più importante di tutto l’Anno Liturgico, perché all’apice troviamo il TRIDUO SANTO della Cena, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. S’inizia con la GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ, che coincide tutti gli anni con la Domenica delle Palme: sono stati i ragazzi e i giovani i protagonisti della Festa attorno a Gesù Cristo, che entra umile Re di gloria in Gerusalemme, per realizzare lo scopo della sua venuta sulla terra: salvare l’umanità, attraverso la Morte violenta in Croce. Invito voi, giovani di Castelletto, a prendere una copia del Messaggio di Papa Francesco, scritto per voi per questa giornata: guardate alla Madonna Santissima, donna di fede e riscoprite la grandezza inestimabile del dono della FEDE cristiana cattolica, che il Signore ci ha regalato il giorno del nostro Battesimo; non siate pigri, “giovani-divano” dice il Papa, siate connessi col passato (perché la storia è maestra di vita: “História magístra vitæ”!) imparando dagli anziani, MAI appiattendosi sul presente come fanno alcuni, per progettare un futuro di felicità. MARIA ha saputo far questo; perciò può dire: “Magníficat ánima mea Dóminum”, cioè: il Signore rende felice la mia anima.

Lo spazio limitato di queste colonne m’impedisce di commentare seppur brevemente i momenti più belli dei prossimi giorni: ci torneremo durante le celebrazioni liturgiche programmate, che trovate in calendario e già annunciate sulle pagine centrali dell’ultimo Bollettino Parrocchiale.

Mi fermo solo a due considerazioni veloci sull’Evangelo della PASSIONE DI SAN MATTEO, che si proclama quest’anno. Sarebbe importante poterlo comparare (cioè leggere a fianco) agli altri tre evangelisti, notando le meravigliose sfumature delle diverse sensibilità degli Scrittori Sacri e delle tradizioni delle prime comunità cristiane che facevano memoria del Kèrigma, cioè il nucleo centrale della fede cristiana, che si fonda sulla RISURREZIONE del Signore.

Alcuni tratti della Passione si ripetono nella storia. Ad esempio, c’è un TRADITORE, Giuda, proprio uno dei più vicini al Signore. Spesso i nemici più pericolosi sono quelli che ti sono vicini e che credevi tuoi amici!

I giovani e i ragazzi, sinceri, puliti, che avevano fatto festa a Gesù pochi giorni prima, nel suo ingresso a Gerusalemme (una folla numerosissima, dice Matteo) vengono sostituiti da una FOLLA inferocita che segue Giuda con spade e bastoni (Mt 26,47), mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo, che sono i primi nemici di Gesù, coloro che vogliono la sua morte. Sono loro che “persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù” (Mt 27,20). La folla ha sempre bisogno di una guida: nel primo caso, spontanea, esulta con gioia attorno a Gesù dicendo: Osanna al figlio di Davide” (Mt 21,9); nel secondo invece, non più spontanea, bensì manovrata da guide oscure grida: Sia crocifisso! per ben due volte (Mt 27,22-23).

Due figure interessanti sono quelle di PILATO, il Governatore Romano, l’uomo politico “doc” di tutti i tempi, e della MOGLIE (dettaglio che solo Matteo riporta in esclusiva al capitolo 27,19) a metà tra la scaramantica e la superstiziosa, che a causa di un sogno manda a dire al marito di non immischiarsi con la storia del Nazareno. È la tipica posizione di molte persone dei nostri giorni, che stanno alla finestra a guardare, ma non prendono posizione. Così in seguito giudicano gli altri con una ferocia maggiore, rimanendo sempre con le mani “pulite”, cioè al di sopra delle parti. Pilato e la moglie preferiscono abbandonarsi alla deriva dei sogni e credere che in questo modo si può vivere senza decidere, decidendo così di stare non accanto, ma al di sopra degli altri: assoluti padroni dell’inettitudine, che si trasforma nell’estremo giudizio. Ma contro se stessi!    

                         Il Vostro Parroco – Don Gianluca

 

Mons. Bertolone: “Laicità della Scuola

non significa discriminare i cristiani”

3 aprile 2017

Il Consiglio di Stato ha stabilito la liceità delle benedizioni pasquali nelle scuole,

in orari extra-didattici e con partecipazione libera e facoltativa degli studenti

 

 

«Fingere d’ignorare, col pretesto della laicità, i fondamenti cristiani dei valori occidentali è contrario alla laicità».

Le parole dello scrittore francese Jacques Julliard hanno avuto eco nella sentenza con cui il Consiglio di Stato ha chiuso, almeno per il momento, la contesa sulla liceità delle benedizioni pasquali nelle scuole, in orari extra-didattici e con partecipazione libera e facoltativa degli studenti. Proprio così: c’è stato bisogno di una pronuncia del massimo organo della giustizia amministrativa per sancire che una benedizione cristiana impartita a scuola, condivisa da chi lo desidera e a nessuno imposta, non sia un insulto o una sopraffazione e neanche lontanamente una ferita alla libertà altrui.

In particolare, secondo i magistrati chiamati a valutare la questione, il rito «ha senso in quanto celebrato in un luogo determinato, mentre non avrebbe senso (o, comunque, il medesimo senso) se celebrato altrove; e tanto spiega il motivo per cui possa chiedersi che esso si svolga nelle scuole, alla presenza di chi vi acconsente e fuori dall’orario scolastico, senza che ciò possa minimamente ledere, neppure indirettamente, il pensiero o il sentimento, religioso o no, di chiunque altro che, pur appartenente alla medesima comunità, non condivida quel medesimo pensiero e che dunque, non partecipando all’evento, non possa sentirsi leso da esso». Una decisione, sottolinea il Consiglio di Stato, informata anche «ad un elementare principio di non discriminazione: non può attribuirsi alla natura religiosa di un’attività una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile sol perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima».

Insomma, l’unica discriminazione insita nel divieto delle benedizioni pasquali è quella contro i cristiani, in nome di uno strumentale richiamo ad un principio di laicità svuotato del suo significato originario: se dirsi laici dovesse tradursi in avversione alla religione, si finirebbe col negare ad essa ogni cittadinanza nella vita pubblica, escludendo perciò Dio dalla visione del mondo e degli uomini. E tutto questo ritenendo offensiva una preghiera. In realtà, l’offesa è altro. È deridere i simboli delle religioni, disconoscerne i valori, considerarli pericolosi. Quel che sorprende, ed amareggia, è che questo tentativo di emarginazione del sacro sia avvenuto in un contesto – quale quello della scuola – che per definizione dovrebbe favorire l’integrazione ed educare al dialogo ed al confronto, anche sul piano del credo religioso. Invece, almeno nel caso specifico, sotto la spinta di una minoranza, è accaduto l’esatto contrario, spacciando per libertà di pensiero il sostanziale tentativo di imporre un pensiero unico.

Perché così non fosse, s’è dovuto dar voce ai Tribunali ed attendere una sentenza che ribadisse i contorni degli orizzonti della laicità inclusiva che, del resto, è il frutto della cultura italiana, maturata nei secoli coniugando umano rispetto, civile accoglienza e civiltà cattolica. Valori che parte della società contemporanea sembra avere frettolosamente accantonato, rendendo attuale quanto Pier Paolo Pasolini, che bacchettone non era, asseriva quando scriveva che nei suoi libri era da ricercarsi un insegnamento: convincere il lettore «a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in bruti e stupidi automi adoratori di feticci».

 

 [Mons. Vincenzo Bertolone è l’Arcivescovo di Catanzaro-Squillace

e il Presidente della Conferenza Episcopale Calabra]

 

► Se la scuola e le famiglie di Castelletto me lo chiederanno, durante il tempo di Pasqua sarò ben contento di passare nei nostri locali scolastici per la benedizione pasquale, come avviene normalmente in molte scuole del nostro Paese.   Dgl

Don Andrea Pedracini

Curato di Castelletto dal 1897 al 1899 – di anni 27

 


Nacque a Seniga il 14 gennaio 1873 alle ore 10 di sera, figlio legittimo dei coniugi Giambattista e Ferrari Giulia, che si erano sposati a Seniga il 10 aprile 1872[1].

Il piccolo Andrea fu battezzato a Seniga il 16 gennaio seguente, avendo come padrino Reghenzi Francesco e come madrina Tiberio Domenica[2].

Quando nel 1887 entrò in Seminario a Brescia era già orfano di padre, tanto che il parroco di Seniga, Don Gabriele Rampini, lo presentava ai superiori come “figlio unico di madre vedova”[3].

Tuttavia dopo il primo anno a San Cristo doveva interrompere gli studi per mancanza di denaro. Vi fu riammesso nel 1890 e fu giudicato positivamente nel 1891. Per lui si erano spesi don Rampini, passato nel frattempo Arciprete a Corticelle Pieve, ed il Curato di Seniga Don Pietro Bianelli, che scrisse le lettere accompagnatorie[4].

Don Pedracini fu Ordinato Sacerdote presumibilmente a Brescia nell’anno 1896 o 1897, mentre a Seniga era Prevosto Don Luigi Lusardi (dal 1894 al 1908).

Fu inviato Curato a Castelletto, quinto della nuova chiesa aperta nel 1882, in aiuto all’Arciprete Don Giovanni Barbi, dopo che il Curato precedente Don Andrea Maggini di Manerbio era stato trasferito Curato a Ghedi.

Don Andrea compì battesimi dal 29 novembre 1897 al 17 aprile 1899 (di certo si fermò da noi almeno un anno e quattro mesi)[5].

A Castelletto, dopo di lui fu inviato come Curato (dal 1899 al 1902) Don Giacomo Marenda di Leno.

Don Andrea Pedracini fu trasferito Curato del Santuario di Santa Maria della Noce in Brescia, detta anche ai Livelli, cappellania dipendente allora dalla Parrocchia Collegiata Insigne dei Santi Nazaro e Celso, nominato dal Prevosto Mons. Luigi Francesco Fè d’Ostiani (1829-1907), succedendo al Cappellano Don Angelo Giulio Damiotti, che aveva lasciato la curazia nel mese di settembre 1899[6].

La chiesa di Noce aveva due altari: l’altare maggiore dedicato al SS. Nome di Maria e l’altare laterale dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Gli abitanti erano 650, sparsi intorno alla chiesa e in diverse contrade e cascine: Noce, Bottonaga, Molino, Girelli, Fenile-Venezia, Livelli, Labirinto, Lazzaretto, Fontanelle, Caselle.

A Fontanelle aveva abitato da giovane nel XVI secolo il Venerabile Alessandro Luzzago (1551-1602)[7].

Dal 1816 al 1882 la Noce apparteneva al Comune di San Nazaro al Mella, che nel 1882 fu assorbito nel Comune di Brescia[8].

C’era anche il battistero, pur non essendo chiesa parrocchiale. Pochi anni prima, nel 1883, mentre era Curato alla Noce Sant’Arcangelo Tadini (dal 27 maggio 1873 fino ad agosto 1885), alcuni fanatici di Chiesanuova avevano fatto irruzione nella chiesa di Noce distruggendo il Sacro Fonte, che il Prevosto di San Nazaro aveva appena concesso. Tadini, spaventatissimo, aveva suonato le campane in segno di allarme e l’arrivo dei parrocchiani aveva scongiurato danni peggiori. Il Fonte fu ricostruito ed il Santo compiva il primo battesimo il 4 novembre 1883[9].

A Noce Don Andrea celebrò il primo battesimo l’8 ottobre 1899 e l’ultimo il 25 gennaio 1900[10].

Vi è la registrazione anche di alcuni atti di Cresime di ragazzi della Noce, celebrate nella Cappella Vescovile[11].

Il giovane curato morì il 21 marzo 1900, all’età di 27 anni. Fu sepolto nel cimitero di Brescia il giorno 23 marzo 1900[12].

Il 10 maggio 1900 alla Noce gli succedeva Curato Don Giuseppe Massetti di Chiesanuova[13].

 

[1] Archivio Parrocchiale di Seniga – Registro dei Matrimoni – Anno 1872 – Giambattista, figlio di Francesco Pedracini e di Zani Giulia aveva 34 anni quando si risposò nel 1872 ed era vedovo di Scolari Francesca. La nuova moglie aveva 31 anni. Si sposarono alle ore 6 del mattino, alla presenza del Prevosto (dal 1856 al 1883) Don Carlo Gatti – Testimoni: Scolari Domenico – Zani Prete Gervasio – Merigo Andrea.

[2] Idem – Registro dei Battesimi – Anno 1873.

[3] Brescia – Archivio Storico del Seminario (in Archivio Storico Diocesano) – Cartella personale – carteggi vari.

[4] Idem.

[5] Castelletto – Archivio Parrocchiale – Registro dei Battesimi – Anni 1897-1899

[6] cfr. Virginio Prandini – Santa Maria della Noce. Una piccola Comunità attorno al suo Santuario – Edizione della Parrocchia di S. Maria della Noce – Brescia – 2009 – pag. varie.

[7] Antonio Fappani – Enciclopedia Bresciana – volume 10° – alla voce: Noce – pag. 250

[8] Fappani – op. cit. – pag. 249

[9] Prandini – op. cit. pag. 68

[10] Archivio Parrocchiale di Noce – Registro dei Battesimi – anni 1899-1900.

[11] Archivio Parrocchiale di Noce – Registro delle Cresime – anni 1899-1900.

[12] Archivio Parrocchiale di Noce – Registro dei Morti – anno 1900.

[13] Prandini – op. cit. pag. 77

Magari anche nella gestione ordinaria della comunità parrocchiale, come dice Bagnasco?
La gestione ordinaria della comunità, in ogni suo aspetto, è una grossa responsabilità che si porta meglio sulle spalle se non si è isolati. Noi vorremmo offrire ai nostri preti una rete di legami buona, e di condivisione delle responsabilità. I tanti compiti si sopportano meglio insieme, affiancati da persone che desiderano e sanno condividere la missione.

Contro la crisi demografica
servono politiche per la famiglia

Federico Cenci – 26 Maggio 2016

 

Poco più di un anno fa, nel corso di un faccia a faccia televisivo, si consumò un episodio significativo circa il livello di negligenza della politica italiana rispetto alla crisi demografica. Di fronte alla proposta della leader francese del Front National, Marine Le Pen, di incentivare la maternità in Europa, Massimo D’Alema, già presidente del Consiglio italiano dal 1998 al 2000 e figura di spicco della politica italiana contemporanea, liquidò la questione parlando di “roba da Buonanima”. Il vecchio segretario del Pd si sottrasse così al dibattito incidendo in modo sprezzante il sempreverde marchio del fascismo mussoliniano; come a dire: incentivare le nascite era la politica di Mussolini, cioè dei fascisti; non la mia politica.

La reazione di D’Alema la dice lunga sull’interesse della nostra classe dirigente dinanzi a un inverno demografico che sta seccando i rami del popolo italiano. Nuovo minimo storico di nascite dall’Unità d’Italia si è registrato lo scorso anno, con 488 mila neonati. Il tasso di natalità si attesta su 1,35 figli per donna, cifra che non assicura il ricambio generazionale. Misure come il bonus bebè, l’intenzione di incentivarlo da parte del ministro della Salute Beatrice Lorenzin, sono timidi segnali di coscienza da parte della politica. Di questo tema ZENIT ne ha parlato con il prof. Alessandro Rosina, docente di Demografia presso l’Università Cattolica di Milano, autore del libro “Demografia” (ed. Egea – 2014).

***

Prof. Rosina, nel 2015 si è registrato un nuovo record negativo di nascite in Italia. Quali le cause di questo rigidissimo inverno demografico?

I motivi sono vari, ma i fattori principali sono tre. Le difficoltà dei giovani a conquistare una propria autonomia dalla famiglia di origine e formare in modo solido una propria. La difficoltà di conciliazione tra lavoro e famiglia per le giovani coppie. La scarsa fiducia in una azione politica in grado di mettere in campo misure incisive e continuative a favore delle famiglie con figli. La crisi economica ha reso ancora più problematico questo quadro.

Eppure negli anni ’60 si parlava di “baby boom”. Ci sono stati dei punti di rottura culturali nella società che hanno contribuito ad invertire la tendenza demografica?

La società degli anni ’50 e ’60 era molto diversa. C’era il boom economico e la voglia di costruire una società nuova, che lasciava alle spalle guerra e deprivazione. C’era la prospettiva di un futuro migliore e il sistema di welfare pubblico era in espansione. Ci si poteva sposare in giovane età e bastava un unico stipendio come operaio per mantenere una famiglia con standard di vita migliori rispetto ai propri genitori. Oggi il percorso dei giovani verso la vita adulta, sia sul versante maschile che femminile, è più lungo e incerto, in un contesto culturalmente meno favorevole.

Della crisi demografica se ne parla da circa vent’anni. È stato fatto qualcosa per arginarla?

Qualcosa si è fatto, ma molto meno rispetto agli altri Paesi. Il sistema fiscale italiano continua a essere meno favorevole rispetto agli altri Paesi per le coppie con figli. Il rischio di povertà delle famiglie con oltre due figli a carico continua ad essere molto elevato. Le politiche a favore della formazione di nuovi nuclei e della scelta di aver figli continuano ad essere molto carenti. Qualche segnale positivo si era intravisto nelle regioni del Nord, ma la crisi ha congelato tutto.

Quali misure bisognerebbe adottare?

Ci sono almeno due punti sui quali dobbiamo investire maggiormente. Si tratta delle misure che favoriscono i percorsi di autonomia e assunzione di responsabilità dei giovani, come l’accesso alla casa e al lavoro stabile, e strumenti che favoriscano un equilibrio al rialzo tra lavoro e famiglia, come gli asili nido e i congedi di paternità.

Qual è la soglia minima di nascite all’anno, in Italia, per sopravvivere al declino demografico? Alcuni parlano di 500mila, ma è più una soglia psicologica, è un numero ancora troppo basso…

Più che il numero assoluto delle nascite è il numero medio di figli per donna che conta. Il livello minimo per un equilibrio tra generazione dei genitori e quella dei figli è due. Sotto un figlio e mezzo si parla di fecondità “molto bassa”. Se l’Italia non torna sopra a tale livello il rischio è di non riuscire a risollevarsi da una spirale negativa che vede le basse nascite di ieri erodere il numero di potenziali madri di oggi e quindi ancor più le nascite di domani. Con un avvitamento continuo verso il basso.

Si innalza l’età delle coppie che decidono di avere un primo figlio, ne derivano maggiori difficoltà in termini di fertilità. Oltre allo Stato sociale, per invertire la tendenza non sarebbe importante anche intervenire da un punto di vista culturale?

Sì. Bisognerebbe ridurre la lunga dipendenza dei giovani dalla famiglia di origine e consentire ai giovani di iniziare in età non tardiva a costruire una nuova famiglia. Servono strumenti di welfare adeguati, un Paese che torna a crescere valorizzando il ruolo delle nuove generazioni, un cambiamento culturale che porta a non considerare le politiche per la famiglia un costo ma un investimento collettivo per un più solido futuro.

Recentemente, in un incontro con la sua collega italiana Stefania Giannini, il ministro dell’Istruzione tedesco, Johanna Wanka, ha affermato che l’unico settore in cui la Germania non è cresciuta negli ultimi anni è la demografia. Ha detto inoltre che “i nuovi arrivi”, cioè gli immigrati, servono a supplire il vuoto delle nascite. Dobbiamo pensare che un domani gli immigrati sostituiranno le popolazioni autoctone europee?

Fortunatamente viviamo sempre più a lungo. Ma per rendere sostenibile una società più longeva e matura va anche rafforzata la base della piramide demografica. La risposta è quindi in una combinazione tra fecondità più vicina ai due figli per donna e una immigrazione più gestibile e meglio integrabile. Gli immigrati possono contribuire alla crescita, non possono di per sé supplire la carenza cronica di nascite.

Alcuni dati rivelano che qualche anno fa l’indice di fecondità per donna immigrata, in Italia, era di 2,5, oggi è sceso a 2,1. Allora anche gli immigrati, una volta inseriti in un contesto diverso dal loro originario, tendono a fare meno figli?

La fecondità degli immigrati tende nel tempo ad avvicinarsi a quella della popolazione autoctona, sia perché vivono in un contesto culturale diverso rispetto al paese di origine, adottandone progressivamente stili di vita e preferenze, sia perché si trovano con le stesse difficoltà poi nel conciliare lavoro e famiglia.

Quanto pesa sull’economia la crisi demografica?

Pesa molto. La carenza di politiche efficaci a favore della famiglia producono costi in termini di rischio di povertà per chi fa figli, di maggior esclusione femminile dal mercato del lavoro, di riduzione della popolazione giovane in età attiva per la denatalità passata, di maggior invecchiamento della popolazione con implicazioni sulla spesa pensionistica e sanitaria. I mancati investimenti sulla famiglia diventano costi che compromettono il futuro di tutti.


Raccolte particolari proposte

nelle prossime domeniche di Quaresima

 

12 marzo            VENEZUELA – La comunità cristiana in aiuto dei più deboli – città di El Callao, dove opera il missionario bresciano Don Giannino Prandelli.

19 marzo        COMBONIANI – La comunità dei Padri Comboniani di Brescia è composta da molti missionari anziani e ammalati. Raccogliamo Intenzioni di Sante Messe e generi alimentari da portare alla comunità e ai poveri che i missionari aiutano quotidianamente con la TENDA DI ABRAMO.

26 marzo        ECUADOR – La Diocesi di Portoviejo è stata colpita due anni fa da un terribile sisma; tanti hanno aiutato, ma le necessità di povertà estrema richiedono ulteriori sforzi. Raccogliamo rispondendo all’appello dell’Arcivescovo bresciano Mons. Lorenzo Voltolini.

2 aprile           OPERE della PARROCCHIA – La nostra Parrocchia deve raccogliere € 4.000,00 al mese in marzo, aprile e maggio, per onorare impegni di restituzione di denaro prestato (e mutuo in essere) – improrogabili.

 

9 aprile      BURUNDI – Sosteniamo il progetto dell’Ospedale di Kiremba (Diocesi di Ngozi) per realizzare il nuovo reparto di neonatologia (i bambini che nascono prematuri – sono stati 320 nel 2016 su 3.240 bambini nati in questo ospedale).

 

16 aprile    UOVA BENEDETTE – Alla S. Messa Solenne delle ore 10 si benedicono le uova, da portare a casa e da utilizzare in tavola il giorno di Pasqua. Le offerte raccolte sono destinate alle attività dell’ORATORIO.