Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 180 – Profili sacerdoti

Don Giovanni Colenghi
Colenghi -Originario di una famiglia di contadini di Castelletto di Leno, ultimo di otto fratelli, nacque il 4 maggio 1915, figlio di
Bortolo e di Fustini Lucia, battezzato il 9 maggio seguente dal Curato don Eugenio Cattina. Dopo gli studi in Seminario fu
Ordinato sacerdote a Castelletto il 2 gennaio 1938 a soli 22 anni da Mons. Giacinto Tredici. Dopo l’ordinazione iniziò un
intenso ministero che ha conosciuto quattro tappe cariche di frutti spirituali e pastorali. Tra i suoi talenti non possiamo
dimenticare la passione per la musica sacra ed il canto; fu un eccellente organista.
La prima tappa coincide con l’entusiasmo della giovinezza che, dopo un solo anno di curato ad Orzinuovi, lo condusse in
Cile, anticipando l’esperienza dei sacerdoti “fidei donum”. Infatti, durante un congresso a Roma nel 1939, rispose
all’appello del Vescovo Mons. Antofagasta che chiedeva sacerdoti italiani per il Cile. Partì nel 1940 e nel Paese
latinoamericano ricoprì diversi incarichi, soprattutto tra i giovani. Fu, tra l’altro, assistente ecclesiastico all’Università di
Santiago e partecipò con la delegazione cilena ai congressi della Pax Romana di Madrid e Friburgo.
Seconda tappa: nel 1948 ritornò in diocesi, destinato come canonico curato all’Oratorio femminile di Gambara, assieme al suo parroco di quand’era ragazzo: don Giovanni Barchi; con lui rimase per 14 anni, fino al 1962. Era il tempo della ricostruzione post-bellica e le famiglie del mondo rurale cercavano di risollevarsi dalla povertà e dalla miseria. Ammiratore di don Primo Mazzolari, che spesso veniva a Gambara dall’amico don Barchi, don Colenghi diventò un riferimento sia per la fede
cristiana che sapeva esporre con chiarezza e fascino che per le giuste battaglie sociali in favore dei poveri. Faceva la spola tra Gambara e Brescia, con il suo notissimo motorino Galletto, per rispondere a mille necessità della sua gente. Fu tra i promotori di una cooperativa di piccoli produttori del latte, fece sorgere attività artigianali e industriali e delle ACLI un centro di promozione umana e cristiana. Lo chiamavano amabilmente “l’americano”, ma sapevano tutti con quale cuore si prodigava per la comunità della Bassa.
La terza tappa iniziò il 27 settembre del 1964, quando fece l’ingresso come Parroco alla Volta Bresciana, la comunità che guidò per 26 anni. La Parrocchia in quegli anni andava rapidamente urbanizzandosi con i problemi connessi. Inoltre spirava l’aria del Concilio appena concluso ed il giovane Parroco avviò subito un rinnovamento liturgico e pastorale; fra i primi in diocesi
promosse nuove forme di catechesi per gli adulti attraverso il Cammino Neocatecumenale. Accanto alla preoccupazione formativa non mancò quella per la liturgia, che lo portò a rendere la Chiesa parrocchiale sempre più bella e adeguata al
Concilio. Continuò la sua sensibilità per la promozione umana: costruì la Scuola Materna e incentivò le attività sportive dell’Oratorio, dotandolo di campi di tennis e due campi di calcio.
Quarta tappa: nel 1990, arrivato a 75 anni rinunciò alla Parrocchia e si ritirò al Villaggio Ferrari, sempre nel territorio della Volta, dove c’è la chiesetta di Sant’Antonio da Padova. Ecco il tempo segnato dalla preghiera, dall’incontro semplice con
la gente, dalla serena accettazione del declino e dall’attesa dell’ingresso in quel Regno dei cieli da lui sempre annunciato con le parole e le opere. Gli ultimi 15 suoi anni di vita ha dato maggior risalto alla precedente attività.
Morì all’Ospedale Sant’Orsola di Brescia il 17 luglio 2005, all’età di 90 anni. Funerato alla Volta e sepolto in quel cimitero.
Ebbe sempre una spiccata sensibilità verso il mondo agricolo. Per 32 anni fu Consigliere ecclesiastico provinciale della Coldiretti, con un periodo di responsabilità regionale. Fu amico di personalità del mondo politico ed economico,
agendo sempre a favore dei lavoratori più poveri ed aiutando a risolvere i problemi, oltre i conflitti, seguendo gli insegnamenti della Dottrina Sociale della Chiesa.

 

Padre Patrizio della Trinità – O.C.D. Al secolo: Battista Ramponi
Patrizio -1926 – Nasce il 29 giugno a Castelletto in località Squadretto, figlio di
Francesco e di Barbieri Luigia, dove abita la famiglia, che dal
1938 si trasferisce a Boldeniga. Viene battezzato il 4 luglio
seguente, dal Curato di Castelletto Don Giuseppe Miglioli
1940 – Entra nel Seminario Carmelitano Scalzo di Adro – BS
1952 – Ordinato Sacerdote a Venezia dal Patriarca Mons. Agostini
il 29 giugno
1952 – Compie le prime esperienze religiose ad Adro e dintorni
1955 – Viene assegnato al Convento di Enna, tra i giovani.
Da allora rimane sempre in Sicilia, fino alla morte,
ricoprendo ruoli diversi in varie località e comunità religiose
1969 – È Parroco a Palermo per 30 anni in parrocchie diverse
2006 – A settembre, all’età di 80 anni, è trasferito al Convento di Loco
Monaco, vicino a Siracusa
2013 – Muore all’Ospedale E. Muscatello di Augusta (SR) il mattino di
domenica 7 luglio verso le ore 5 – all’età di 87 anni
Funerato a Villasmundo, viene trasferito e funerato anche a
Palermo, dove infine viene sepolto.
A Castelletto ricevette i sacramenti dell’Iniziazione Cristiana:
“e le basi del catechismo, con l’esempio toccante di don Nino Treccani, un vero pastore che ha animato meravigliosamente l’Oratorio della Parrocchia. Mi piace mettere in rilievo una particolarità che torna ad onore dei miei genitori e dei catechisti, specialmente della Signorina Sperlari. In Parrocchia allora c’era il costume di concludere l’anno catechistico con l’esame e la premiazione. Alla conclusione della terza elementare, ho avuto la sorpresa di sentire assegnati alle mie sorelle Maria e Domenica e anche al sottoscritto i primi premi rispettivamente della quinta, della quarta e della terza elementare”, come lui stesso ricordava per iscritto.
Nel 1940 entrò nel Seminario Carmelitano di Adro. Aveva sofferto negli anni di formazione (nel dopo-Guerra) di una debilitazione psico-fisica che aveva rallentato i suoi studi e che gli aveva fatto conoscere le sofferenze dell’ansietà e anche questo si era trasformato in un dono di accoglienza, di introspezione e di ascolto, quando, seduto nel confessionale dialogava con i penitenti infondendo coraggio e pace, quella pace e quell’abbandono alla volontà di Dio che poi invocava per sé con una formula popolare da Gesù, Giuseppe e Maria ogni sera prima di addormentarsi.
Fu ordinato Sacerdote a Venezia il 29 giugno 1952 dal Patriarca Carlo Agostini († 1952). Celebrò a Castelletto una delle sue prime Messe, il 17 agosto 1952.
Le prime sue esperienze pastorali furono ad Adro e dintorni: celebrazioni, confessioni, aiuto in Santuario e nelle Parrocchie vicine, predicazione.
Dal 1955 fu destinato al Convento di Enna, in servizio tra i giovani. Da allora rimase per tutta la vita in Sicilia.
Trasferito a Palermo nel 1969 come Parroco per 30 anni.
Dal settembre 2006 (ad 80 anni compiuti) fu trasferito al Convento di Locomonaco – Monte Carmelo vicino a Siracusa. Irradiava simpatia a folle di amici che venivano a trovarlo dalle varie località in cui era stato conventuale e nelle quali il suo zelo pastorale per i giovani e per i poveri aveva lasciato un’impronta non effimera: Ragusa, Palermo-Rimedi, Palermo-Kalsa, Brucoli, Augusta e Siracusa…
Morì ad 87 anni all’ospedale E. Muscatello di Augusta (SR) il 7 luglio 2013 alle ore 5 del mattino.
Funerato nella Cappella estiva della casa di preghiera Monte Carmelo a Villasmundo (Siracusa) dove risiedeva.
Fu seppellito a Palermo, dopo una Messa nella Chiesa di Santa Maria della Pietà.

 

Don Davide Pinardi
Pinardi -Nacque a Castelletto di Leno il 4 gennaio 1929, secondo di sei figli di Carlo e di Piubeni Domenica. Fu battezzato il 13 gennaio seguente dal Curato don Giovanni Carlo Zini. Dopo i regolari studi in Seminario Diocesano a Brescia, fu ordinato Sacerdote il 12 giugno 1952.
Fu destinato inizialmente come Curato alle Fornaci dal 1952 al 1963 ed in seguito alla Volta Bresciana dal 1963 al 1966; svolse le attività con lo stile tipico della vita oratoriana negli anni ’50 e ’60: l’associazionismo, il catechismo reso coinvolgente anche da gare e premi, il cinema, lo sport, la musica. I suoi giovani e ragazzi di allora ricordano la sua umanità e disponibilità, la capacità pedagogica di coinvolgere tutti affidando compiti, incarichi e impegni. La sua presenza non era invadente ma discreta, tuttavia ricca di stimoli non solo sul piano spirituale, ma anche su quello culturale, era educativa per se stessa. Alla Volta, dopo un anno trascorso col Prevosto Mons. Zini (che in gioventù era stato Curato a Castelletto e lo aveva battezzato) ne passò altri due con Don Giovanni Colenghi, anch’egli nativo di Castelletto.
Visse quindi la sua maturità sacerdotale da Arciprete: prima a Toscolano (dal 1966 al 1979) e poi a Castelmella (dal 1979 al 1994). La sua spiritualità l’ha aiutato ad affrontare esemplarmente anche alcune contrarietà e sofferenze, come succede ad ogni sacerdote. Ad esempio: appena arrivato a Toscolano aveva ereditato ingenti debiti dal predecessore, appena morto, motivati dalla costruzione di una nuova chiesa succursale.
A Castelmella don Davide diede il meglio di sé: vi giunse accolto con simpatia e consenso, maturato dagli anni del suo precedente ministero: faceva trasparire saggezza, capacità di sondare l’animo delle persone.
Più avanzava con gli anni e più sapeva restituire agli altri la libertà interiore. Prete molto concreto portava sempre all’essenziale.
La sua permanenza a Castelmella è stata segnata sì da notevoli opere materiali, dai restauri delle chiese all’edificazione di nuovi ambienti, ma anche da una profonda azione spirituale. Alcune sue scelte ne fanno testimonianza: volle la Missione Parrocchiale, la liturgia preparata e vissuta bene, un secondo curato al servizio della comunità. Soprattutto era preoccupato che col forte sviluppo urbanistico ed economico Castelmella non perdesse l’anima e diceva: “L’anima di Castelmella non può essere che la sua religiosità vissuta da tutti insieme, fedelmente, nella stessa casa comune che è la Chiesa dei Santi Siro e Lucia”.
E proprio per il timore di non servire al meglio la Parrocchia, decise con sofferenza di lasciarla nel 1994. Per un anno aiutò la Parrocchia del Villaggio Sereno II (1995-96).
Poi fece servizio per due anni come Cappellano alle suore anziane di Maria Bambina a Castegnato (1996-97). Ma la sua salute ormai minata non resse e dovette rinunciare al servizio tanto gradito dalle religiose. Per lui era giunto il tempo di ammainare le vele e salpare incontro al Signore.
Si ritirò così presso la Casa del Clero di Gavardo, amorevolmente assistito dalle Umili Serve del Signore (le Suore di San Giovanni Piamarta) fino al giorno della morte, che lo colse il 17 luglio 2002, all’età di 73 anni.
Funerato a Castelletto riposa ora nel nostro cimitero.
Don Giacomo Rolfi
Rolfi -Sacerdote Diocesano di Ravenna
Nacque a Castelletto di Leno il 7 maggio 1933, figlio di Luigi e di Floriani Rosina, ultimo di cinque fratelli. Fu battezzato il 14 maggio seguente dall’Arciprete don Giovanni Barchi, che gli impose i nomi di Giacomo e Domenico. Entrato in Seminario Diocesano a Brescia concluse lì i suoi primi studi verso il Sacerdozio, che continuò nel Seminario Diocesano di Ravenna.
Fu ordinato Sacerdote il 29 giugno 1961 nella Cattedrale di Ravenna dall’Arcivescovo Mons. Salvatore Baldassarri e dedicò a quella Diocesi tutta la vita sacerdotale. A Castelletto celebrò una delle sue prime Messe. Fu Curato dapprima ad Alfonsine ed in altre parrocchie, quindi fu nominato Parroco di Anita, dove rimase per 12 anni; infine fu Vice-Cancelliere Vescovile, dedicandosi anche alla Casa di Cura Domus Nova come Cappellano, sempre vicino agli ammalati e ai loro familiari. Uomo sensibile e colto, guidava le anime con bonaria semplicità. Festeggiò il 50° anniversario di Sacerdozio, ma dopo meno di un mese, il 28 luglio 2011, in seguito ad una caduta accidentale dalle scale di casa, incontrava la morte. Venne funerato a Ravenna il 30 luglio presso la Casa Domus Nova e lunedì 1° agosto a Castelletto, dove venne sepolto nel nostro cimitero, com’era stato suo desiderio.
Dagli amici di Ravenna:
“Caro Don Giacomo… sentiamo la tua mancanza, già ci mancano i tuoi modi schivi e semplici, il tuo sorriso bonario, il fervore con cui diffondevi la stampa cattolica perché, informandoci, potessimo conoscere e comprendere meglio questo mondo complicato. Anche quello era un modo per te di servire la tua amata Chiesa, difendendola dalle menzogne corrotte del laicismo, e il Papa, per il quale avevi un affetto speciale e di cui amavi far conoscere ogni parola perché ci illuminasse e guidasse nel cammino di fede. Grazie Don Giacomo di tutto quello che hai fatto per noi! Grazie per la tua vita sacerdotale vissuta nella fedeltà e nell’obbedienza, grazie per il tuo grande amore a Cristo e alla Chiesa, e a noi, i tuoi parrocchiani della Casa di Cura Domus Nova, che ti aspettavamo ogni sera per la Messa vespertina…”
Così lo ricordava Don Silvio Ferrante il giorno del funerale:
“Svolgeva il suo ministero in una terra spiritualmente molto arida. Vicino alla sua Parrocchia c’era un ponte di ferro, chiamato il ponte rosso, dove dopo l’ultima Guerra vennero uccisi tre sacerdoti e quattro chierici… Molte le battute anticlericali e le ostilità, che rendevano quasi impossibile il ministero sacerdotale. La sorella Anna Maria gli rimase vicino tutta la vita, raccogliendo le sue confidenze e sostenendolo col suo silenzioso servizio. Don Giacomo, come altri sacerdoti romagnoli, seminò molto e raccolse poco, ma restò vicino alla gente fino alla fine. Questa perseveranza ha permesso a noi, oggi, di raccogliere qualche frutto in più”.
Dalla testimonianza del dottor Marino Piovani:
“Tornava a Castelletto ogni anno, per trascorrere qualche giorno di riposo al suo paese. Il suo modo di essere prete appariva per noi insolito: non si vestiva da prete, non si comportava da prete. Lo vedevamo all’osteria, come uno di noi, discuteva con fino anche ad arrabbiarsi come noi; lì seduto fuori dai Combattenti. Col tempo siamo diventati amici; è l’unico prete a cui davo del tu.
È stato un prete di frontiera; ma credeva davvero in quello che faceva…
Se aveva un rammarico era quello di non poter celebrare liberamente la Messa nella sua Chiesa, la nostra chiesa. Si accontentava di entrare in fondo, pregando inginocchiato negli ultimi banchi… Celebrava sì, a casa, con la sorella. È tornato nella sua Chiesa per l’ultima volta in una bara, per essere sepolto nel cimitero del suo paese, tra la sua gente”.