Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 178 – Profili sacerdoti

Supplemento n. 178 al Bollettino Parrocchiale

Mons. Giovanni Barchi

Nacque a Pralboino il 26 febbraio 1888 da Carlo e da Tassoni Giulia e fu battezzato il 6 marzo seguente dal Curato Don Giovanni Toscani.

Dopo gli studi in Seminario a Brescia, nei quali ebbe tra gli insegnanti anche il Beato Mosè Tovini, fu ordinato Sacerdote nel 1913 da Sua Ecc. Mons. Giacinto Gaggia (nativo di Verolanuova – Vicario Capitolare ed in seguito Vescovo Diocesano) e nell’agosto di quell’anno fu inviato da lui Curato proprio a Verolanuova, dove rimase fino al 1919.

Promosso Arciprete di Castelletto faceva il suo ingresso solenne il 21 settembre 1919.

Da quasi un anno era finita la Grande Guerra e succedeva al compianto Arciprete don Giovanni Barbi, ch’era morto da oltre due anni, il 24 agosto 1917. Nel frattempo era stato vicario economo don Francesco Bosio, Canonico Curato di Gambara.

Così riassume il suo parrocchiato a Castelletto don Giovanni Carlo Zini, che fu suo Curato e collaboratore diretto dal 1926 al 1930:

Don Giovanni Barchi, giovane sacerdote, aristocratico nei modi e nella parola, conoscitore profondo dei bisogni del nostro tempo, preparato alle responsabilità della parrocchia da un breve ma intenso ed efficace tirocinio di vita pastorale, portò fra gli umili che la Provvidenza in momenti particolarmente difficili gli aveva affidati, tutte le mirabili risorse della sua intelligenza profonda. Castelletto non era allora che una piccola frazione del Comune di Leno, ignorata, dispersa materialmente e divisa moralmente.

Il nuovo Parroco trovava perciò un terreno aspro da dissodare, una Chiesa men che povera e disadorna, nessuna possibilità di mezzi materiali e soprattutto una popolazione che aveva una profonda tradizione di religiosità, ma sulla quale era passato il turbine della Guerra, moralmente devastatore. Egli ebbe fede e non dubitò un istante della riuscita della sua missione pastorale. Guardò anzitutto in alto, a Dio, e sentì che l’amore poteva essere l’unica arma di conquista; amò abbastanza intensamente i suoi nuovi figli per riceverne, moltiplicato, l’amore. La sua azione non fu clamorosa, ma caratterizzata da un accostamento individuale, fraterno e paziente. Sacrificò la sua intelligenza non comune, che avrebbe potuto offrirgli onori e soddisfazioni, per dar voce soprattutto ad un cuore senza limiti. E conquistò il cuore di tutti. Fu padre amoroso ai piccoli di cui aiutò in ogni modo il sorgere e lo svilupparsi dell’Asilo Infantile, per i quali organizzò dapprima un’efficiente scuola di religione ed in seguito un capace Oratorio. Accostò i giovani di cui fu per vent’anni più che l’amico il fratello, vivendo a contatto con ciascuno di loro, dividendone le ansie e le gioie, soffrendo con loro e non poche volte a causa di loro… Predilesse gli umili, dividendo coi poveri le sue scarse possibilità, riservando agli ammalati ed ai sofferenti le più squisite attenzioni: nella parola che solleva, nel sorriso buono che conforta, nell’espressione che rinfranca. Non trascurò di accostare con tatto signorile e con dignità i più benestanti per offrir loro la possibilità di cooperare almeno materialmente alla dilatazione del Regno di Dio.

Amò fino al tormento la bellezza della casa del Signore e, non avendo che una povera Chiesa, s’industriò di farla più bella, con espressioni artistiche che volevano essere il tentativo generoso di portare il suo popolo ad un contatto intelligente ed attivo con le Sante Funzioni, celebrate con gli splendori che difficilmente si vedono anche in chiese più vaste e di possibilità maggiori.

Amò la verità, che affermò sempre con paterna, ma virile fermezza nei riguardi di tutti, senza timori e senza reticenze, incurante dell’impopolarità, ma preoccupato solo del bene dei figli e del dovere compiuto. Per questo non gli mancarono dolori. Anche in momenti difficili, di sviamenti individuali o collettivi, tutti dovettero riconoscergli rettitudine e bontà: e vinse!

Uomo di sane e di larghe vedute, conciliando l’utile al dilettevole, promosse l’onesto divertimento per il suo popolo, per diminuire la povertà della chiesa.

Fu il pastore buono che passò in mezzo al gregge, preoccupato solo delle anime che gli erano state affidate.

Promosso Prevosto Vicario Foraneo di Gambara, fece l’ingresso solenne il 24 settembre 1939.

Si ritirò infine dalla Parrocchia nel 1962.

Negli ultimi anni, chi lo conobbe, rilevava abitualmente in lui un sorriso velato di tristezza… Trascorse gli ultimi anni di vita presso il nipote Giulio Ferranti a Gambara, coronati dalla nomina a Canonico Onorario della Cattedrale. Moriva l’8 settembre 1966; fu sepolto nel cimitero di Gambara.


Don Paolo Barchi

 

Grazie che mi conservasti nel tuo santo servizio…

la lunga vita che mi hai chiesto, ora te la rendo,

nella speranza che ti sia gradita.

Perdona i miei peccati!

(dal Testamento Spirituale)

 

Comprendiamo da queste parole l’idea del valore di una lunga stagione sacerdotale vissuta nella linea evangelica del “quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

Il suo cognome è assai diffuso a Pralboino. Non sembra avere tra i parenti più stretti altri due sacerdoti del paese che lo hanno preceduto: don Alemanno Barchi (1776-1861) che fondò una tipografia a Brescia col Pavoni nell’Ex-Convento di San Barnaba e Mons. Giovanni Barchi (1888-1966) che fu Arciprete di Castelletto dal 1919 al 1939.

 

Don Paolo Barchi, figlio di Teodoro e di Trebiglio Caterina, nacque a Pralboino il 5 settembre 1917. Dopo gli studi compiuti nel Seminario Diocesano di Brescia veniva Ordinato Sacerdote a Brescia il 3 giugno 1944. Fu destinato dapprima Curato a Pavone del Mella fino al 1951.

Trasferito come Curato a Castelletto di Leno negli anni dal 1951 al 1962, ebbe Arciprete l’indimenticato Don Giuseppe Bettinazzi. Qui si dedicò all’Oratorio, all’elevazione culturale e alla ripresa economica della gente, dopo i postumi della Seconda Guerra Mondiale. La sua preoccupazione costante è stata l’educazione cristiana della gioventù: educazione dolce e severa, capace di formare personalità complete, libere e forti, forgiate anche nel sacrificio. Alla morte di Don Bettinazzi (13 dicembre 1961) fu nominato Vicario Economo e preparò l’ingresso al nuovo Arciprete Don Mansueto Bonera (avvenuto il 19 marzo 1962).

Poco dopo veniva nominato Parroco di Comella (1962-1969). In seguito fu Parroco a Bassano Bresciano dal 1969 al 1993, per 24 anni. Cercò di applicare lo spirito del Concilio Vaticano II (1962-1965) con equilibrio e attenzione ai mutamenti sociali e al presentarsi di nuove povertà. Chi l’ha conosciuto lo ricorda come pastore e maestro.

A 76 anni si ritirò quiescente a Pralboino dal 1993 fino alla morte, che lo raggiunse il 10 novembre 2007. È sepolto a Pralboino, nella tomba di famiglia, assieme ai genitori e alle due sorelle Maria e Maddalena.

Don Paolo se n’è andato a 90 anni compiuti, ben 63 di sacerdozio: un ministero fecondo tutto profuso nella bassa bresciana. Un’immagine sintetica della sua vita potrebbe essere quella di un prete in bicicletta che raggiunge le varie cascine della pianura, seminatore di aiuto e speranza.

Teneva in modo particolare alla santificazione piena, costante e gioiosa dei giorni festivi e, soprattutto, alla sacralità della famiglia.

Teneva molto al decoro della Chiesa, un decoro non fine a se stesso, ma in vista di una liturgia sempre più viva e partecipata. Per questo curava il piccolo clero, inteso anche come vivaio di vocazioni e di futuri collaboratori.

Durante il suo parrocchiato fu ordinato Sacerdote nel 1975 don Giampietro Lanzanova, già Arciprete di Castelletto.

L’ironia e l’allegria caratterizzarono la sua lunga vita; molti lo ricordano per scherzi (talvolta anche un po’ pesanti!), che da giovane curato realizzava o suggeriva anche ai ragazzi…

Amava la storia locale e il canto sacro. Prendeva forza dalla preghiera: indicando il coro dietro l’altare, dov’era solito raccogliersi spesso in silenzio diceva:

“Mi hanno salvato la preghiera e il buonumore”.

 

Don Vitale Savoldi

Nato a Concesio il 6 novembre 1936

Ordinato Sacerdote a Brescia il 23 giugno 1962

Curato a Castelletto di Leno dal 1962 al 1970

Curato a Sant’Antonio in città dal 1970 al 1976

Curato a San Giacinto in città dal 1976 al 1980

Parroco a Fantecolo dal 1980 al 1991

Residente alla Badia, in Frazione Mandolossa, nella Parrocchia Madonna del Rosario dal 1991, dove allora trovò Parroco don Gino Regosini (nativo di Castelletto – trasferito nel 1992 a Bagnolo, al Santuario della Madonna della Stella)

Morto a Brescia il 16 maggio 1996 all’età di 59 anni

Funerato alla Badia fu sepolto a Sarezzo.

Abitò fin da bambino nella Parrocchia di Sarezzo, dove la famiglia si era trasferita da Concesio. Seguendo un primo impulso vocazionale, ancora fanciullo entrava nel Seminario Diocesano, da dove uscì sacerdote, nonostante, per motivi gravi di salute, dovette sospendere per un anno gli studi rimanendo forzatamente a casa.

Come prima nomina fu destinato a Castelletto di Leno come Curato, dove sostituì don Paolo Barchi, Curato precedente. Era appena entrato in Parrocchia il nuovo Arciprete don Mansueto Bonera, che rimase soltanto un anno, fino al 30 aprile 1963, il quale fu sostituito dall’Arciprete don Giovita Beschi, che rinunciò alla Parrocchia nel 1970, subito dopo il trasferimento di don Vitale a Sant’Antonio in Brescia. Il ministero di don Savoldi si svolse soprattutto in Oratorio, per la cura pastorale dei ragazzi e dei giovani. Dotato di fine gusto musicale ha sfruttato questo suo talento curando piccoli cori per il canto liturgico, per rendere le celebrazioni più vive e partecipate.

Alcuni Castellettani ricordano, da bambini, le selezioni delle voci che il curato faceva all’organo, scegliendo i ragazzi con le voci più intonate e adatte.

Fin da ragazzo don Vitale si era misurato con la malattia, che si ripresentò negli anni successivi, da quando era curato a Sant’Antonio (1970/1976), che lo portò a salire in Croce col Signore in un sofferto Calvario. Il suo ministero sacerdotale si fondeva così in un tutt’uno con la sofferenza. Già da chierico prendeva parte come volontario agli Esercizi Spirituali per ammalati a Re, esperienza che continuò per diversi anni inserendolo sempre più nel Centro Volontari della Sofferenza. Fece parte della Lega Sacerdotale, dove contribuì predicando ritiri mensili per handicappati e svolgendo la mansione di padre spirituale. Il tema della sofferenza vissuta intimamente nel proprio corpo lo aveva portato alla meditazione profonda, come si legge nei suoi appunti: “quando si ha un ideale per cui soffrire, la sofferenza diventa dolce – si comprende il valore della sofferenza, togliendo la esse: allora il malato offre – la Croce è il dramma divino fatto umano, la sofferenza è il dramma umano che può diventare divino – resta con me, Signore – Se tu mi stai accanto, i miei dolori sono sopportabili”.

Sul suo volto traspariva serenità; sulle sue labbra vi sono state sempre parole di gioia, di voglia di vivere: sorrideva, aveva sempre una parola di conforto per tutti. Non si preoccupava di essere consolato, bensì di consolare e di condividere le gioie e i dolori dei fratelli. Nell’ultimo anno di vita ha subito quattro ricoveri e due interventi: momenti di sollievo e di speranza si alternavano a nuove sofferenze e complicazioni, fino all’ultima Messa, celebrata la sera del 2 maggio 1996, con fatica e rischio. In clinica, con lucido presentimento, raccogliendo le ultime forze, nelle ultime ore lo si sentiva sussurrare: “Requiem æternam…” E nella tarda sera di giovedì 16 maggio 1996 concludeva la sua faticosa giornata terrena.

Dei quasi 34 anni di sacerdozio, più di venti li ha passati nella sofferenza. Ha lasciato nella desolazione gli anziani genitori, che l’hanno sempre accompagnato nei vari spostamenti e che l’hanno visto partire per l’ultimo viaggio.

I funerali furono celebrati nella Parrocchia della Badia presieduti dal Vescovo Ausiliare Mons. Vigilio Mario Olmi il 18 maggio, vigilia dell’Ascensione e nella Parrocchia di Sarezzo, presso il cui cimitero venne sepolto.


Mons. Giuliano Franzoni

Nacque a Nave il 20 giugno 1942. Fu Ordinato Sacerdote al paese natale il 7 dicembre 1968. Fin dall’inizio del suo sacerdozio fu insegnante di filosofia e di storia in Seminario per 24 anni. Nel frattempo esercitò vari ministeri: Curato Festivo a S. Maria Madre della Chiesa (in Brescia) dal 1969 al 1970; Vice-Assistente Diocesano dell’Azione Cattolica Ragazzi dal 1970 al 1974; Vice-Rettore in Seminario Minore dal 1972 al 1975; Curato Festivo a Castelletto dal 1974 al 1977, in aiuto all’Arciprete don Pierino Casnici per le celebrazioni e per la cura dei giovani in Oratorio, che hanno mantenuto di lui un buon ricordo, anche se ormai breve e lontano; addetto alla Pastorale del Mondo del Lavoro dal 1976 al 1979; Curato Festivo a Roncadelle dal 1979 al 1982; Parroco Festivo a Clibbio dal 1982 al 1987; infine Cappellano alla Domus Salutis (Brescia) dal 1987 al 1992. Terminato il servizio in Seminario fu Parroco a Rezzato San Giovanni Battista dal 1992 al 2001. Fu poi Rettore e Preside dell’Istituto Cesare Arici dal 2001 al 2004 e anche Presidente dell’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero dal 2001; Festivo a San Benedetto in città nel 2004-2005. Nel 2005 veniva nominato Canonico della Cattedrale. Moriva a Brescia il 3 ottobre 2006; funerato in Cattedrale il 5 e sepolto a Nave.

Il Signore lo ha chiamato improvvisamente martedì 3 ottobre, dopo aver celebrato la liturgia delle Lodi Mattutine come Canonico in Cattedrale. La notizia della sua morte ha colpito profondamente tutto il mondo bresciano.

Mons. Franzoni aveva la capacità di coniugare cultura e operosità, educazione intellettuale e responsabilità. Colpiva il suo modo di raziocinare: ragionava con pacatezza e sapeva sostenere le sue idee non preconcette, fondandole su argomenti oggettivi e mai in maniera assertoria, sempre con elevata umiltà intellettuale. Insegnante di filosofia, non disdegnava la dialettica, a volte anche la polemica, ma sempre in prospettiva di un arricchente confronto delle idee. Alle persone portava sempre rispetto e simpatia, anche quando non ne condivideva scelte e pensiero. Pure nelle scelte dell’IDSC sapeva associare Vangelo, Tradizione e fedeltà agli orientamenti dell’Istituto Centrale, dentro il moto dell’esigenze della piccola storia degli uomini.

Don Giuliano sapeva far prevalere la persona sul ruolo, sapeva coinvolgersi nella vita degli altri, è stato mente, ma soprattutto cuore, capace di relazione umana che non ha compromesso, anzi ha sublimato il suo essere prete.

Fu Parroco benvoluto, con una chiarezza di vedute, raggiunta in breve tempo, di rispetto delle persone, di capacità di mediazione, che gli hanno permesso di raggiungere mete a prima vista impensabili, anche nell’ambito delle opere materiali. Era dotato di equilibrato realismo, capace di ricondurre le opinate grandezze alle concrete misure del quotidiano. A volte sapeva essere arguto e ironico, stimolando la riflessività e la ricerca di un bene comune più grande dei propri piccoli orizzonti. Pastore all’altezza dei tempi, Don Franzoni dev’esser ricordato anche insegnante, in apparenza severo, ma affascinante educatore. La sua passione educativa è stata effervescente in giovinezza all’ACR; pacata e profonda nei tanti anni di docenza in Seminario; attenta alle priorità dell’oggi nella breve ma intensa stagione in cui ha retto l’Istituto Arici. In tutto il suo operare, pastorale ed educativo, è stata costante l’attenzione alle esigenze della Chiesa e delle organizzazioni cattoliche bresciane.

Da presidente dell’IDSC avviò la realizzazione della Casa del Clero di Mompiano, voluta dal Vescovo mons. Giulio Sanguineti: un’opera che la morte improvvisa non gli ha permesso di completare.