Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 171

 Supplemento Straordinario n°171 al BOLLETTINO PARROCCHIALE

3 APRILE 2016 – DOMENICA della DIVINA MISERICORDIA

Carissimi Parrocchiani,

in questi giorni dopo Pasqua abbiamo fatto in riunione del CPP il “punto della situazione”, cioè una verifica dell’Anno Santo, già avviato da quasi quattro mesi. Inoltre i consiglieri hanno compiuto una profonda e attenta disamina per rispondere ai mali dei nostri giorni ed in particolare alla domanda del nostro Vescovo: “COME MAI LA GENTE NON VA PIÙ A MESSA?”; domanda rivolta ai consigli pastorali zonali e, di riflesso, rimbalzata a quelli parrocchiali…

Premetto che se il CPP riterrà utile per la nostra comunità la pubblicazione del verbale… lo faremo prossimamente. Al momento preferisco calare un velo pietoso sulla domanda (per la quale io ho un modesto e personale parere – che, ovviamente NON interessa a nessuno) e ancor più sulla risposta… visto che, per commentare le attività parrocchiali svolte bisognerebbe almeno esservi stati presenti, se non proprio protagonisti… Ma tant’è… del senno di poi son piene le fosse! Vi lascio immaginare: consigli tanto illuminati e chiavi di soluzione ai problemi del mondo così positive che avrebbero fatto venire la depressione anche ad un Santo dinamico come Don Bosco! Dopo il tiro al piccione mi s’è presentata subito un’occasione ghiotta ghiotta per farci sopra una risata (e per non alzare la percentuale del misuratore della depressione); spesso infatti si prendono le cose leggére con troppa serietà e quelle serie con troppa leggerezza!

Per trovare una valvola di sfogo alla tensione dominante ho approfittato del 1° aprile, giorno in cui, per goliardica abitudine, alcuni bontemponi se la ridono alle spalle di altri inventando scherzi, che tanto riescono quanto più sono credibili: il cosiddetto “PESCE D’APRILE”. Detto; fatto.

Al termine della Messa di venerdì mattina ecco i “soliti” avvisi di routine dati con indifferenza… e il tam-tam del pettegolezzo locale, nel giro di pochi minuti, raggiungeva in modo capillare tutti i possibili nodi della “rete” analogica. Mi mancarono in giornata solo le telefonate del Cardinale Scola, del Presidente Mattarella o direttamente del Santo Padre (peccato!)… e s’è messo in giro un “pissi-pissi” inarrestabile, muovendo un polverone sicuramente sproporzionato ai contenuti in palio.

Certo: se il pesce d’aprile non fosse stato uno scherzo ci sarebbe stata esultanza in almeno quattro direzioni: mia, dei miei oppositori, degli aspiranti all’unità pastorale immediata di Leno e della Curia.

Ma per il momento c’è da accontentarsi, tutti, perché il sogno ideale s’è infranto miseramente dopo solo 24 ore, lasciando tutti a bocca asciutta nella grigia realtà che non accontenta le fantasie più positive. Cordialmente – a tutti

Il Vostro Arciprete


 ► E qui il caro poeta Virgilio avrebbe detto: “Paulo maiora canamus!”

OK! Virgilio ha ragione.

Vale la pena allora ricordare due circostanze anniversarie che ci riguardano e un approfondimento:

1 – i 110 anni dell’inaugurazione delle CAMPANE di Castelletto (avvenuta il 1° aprile 1906);

2 – i seicento anni della nascita di SAN FRANCESCO DA PAOLA (avvenuta il 27 marzo 1416, che quest’anno era il giorno di Pasqua), che si festeggia il 2 aprile, di cui i nostri antenati hanno voluto una effigie nella pala dipinta della Patrona Santa Restituta;

3 – infine, come abbiamo sempre fatto con gli altri, una breve intervista a MARK, l’ultimo chierico che ha prestato servizio per la prima volta nella nostra Parrocchia nel periodo di Pasqua.

Inaugurazione delle campane

Castelletto, 1° aprile 1906 – 2016 (110° Anniversario)

 

La comunità di Castelletto, terminata la Chiesa, diede inizio alla costruzione della Canonica e del Campanile. Le cinque campane vennero fuse a Verona dalla Fonderia Vescovile Luigi Cavadini e figlio. Nel 1906, a lavori ultimati, don Giovanni Barbi dotò la Chiesa di un concerto di cinque campane.

Nell’atto di battesimo dei sacri bronzi si legge:

“Oggi, 1° aprile 1906, S. E. Rev. Mons. Nostro Vescovo Giacomo Maria Corna Pellegrini ha solennemente benedetto le cinque nuove campane, assistito dai sacerdoti circonvicini e da una folla immensa di popolo. Sua Eccellenza al Vangelo della Messa tenne un bellissimo discorso sul beneficio delle medesime alla presenza di un popolo affollatissimo”.

In tale circostanza il Presule amministrò il Sacramento della Cresima ad ottocento giovinetti.

► La prima campana, il campanone, del peso di Kg. 728, è dedicata al REDENTORE;

► la seconda, di Kg. 707, è dedicata alla MADONNA IMMACOLATA;

► la terza, di Kg. 369, è dedicata a SAN GIUSEPPE;

► la quarta, di Kg. 307, è dedicata a SANTA RESTITUTA;

► l’ultima, di Kg 213, è dedicata alla MADONNA DEL ROSARIO.

 

I padrini furono rispettivamente il Sindaco di Leno Enrico Locatelli, Battista Gibellini e i tre fabbricieri Antonio Piubeni, Girolamo Smussi e Giuseppe Bertoletti. Ogni campana reca una dicitura:

1 – Jesus Regnat, Imperat et Triumfat – MCMVI  (Gesù Regna, domina e trionfa – 1906);

2 – Ave Maria, Gratia plena  (Ave Maria, piena di grazia);

3 – A fulgure et tempestate: libera nos, Domine (Dal fulmine e dalla tempesta: liberaci, o Signore);

4 – A mala morte, libera nos, Domine. Beati mortui qui Domino morientur (Liberaci o Signore da una cattiva morte. Beati coloro che moriranno nel Signore);

5 – Salve Regina del Paradiso: prega per chi prega per noi.

 (Estratto dall’opera “Castelletto” a cura di Favagrossa-Fornari, 1982)

 

► Sabato mattina, 2 aprile 2016, per quattro volte, tutte le nostre campane hanno suonato ripetutamente a distesa, a ricordo della fausta ricorrenza.


San Francesco da Paola, eremita

Nato il 27 marzo 1416 e morto il 2 aprile 1507

La sua vita fu uno stupore continuo sin dalla nascita. Infatti Francesco nacque il 27 marzo 1416 da una coppia di genitori già avanti negli anni, il padre Giacomo Alessio detto “Martolilla” e la madre Vienna di Fuscaldo, durante i quindici anni di matrimonio già trascorsi, avevano atteso invano la nascita di un figlio, per questo pregavano San Francesco, il ‘Poverello’ di Assisi, di intercedere per loro e inaspettatamente alla fine il figlio arrivò.

Riconoscenti i giubilanti genitori lo chiamarono Francesco; il santo di Assisi intervenne ancora nella vita di quel bimbo nato a Paola, cittadina calabrese sul Mar Tirreno in provincia di Cosenza; dopo appena un mese si scoprì che era affetto da un ascesso all’occhio sinistro che si estese fino alla cornea; i medici disperavano di salvare l’occhio.

La madre fece un voto a s. Francesco, di tenere il figlio in un convento di Frati Minori per un intero anno, vestendolo dell’abito proprio dei Francescani, il voto dell’abito è usanza ancora esistente nell’Italia Meridionale. Dopo qualche giorno l’ascesso scomparve completamente.

Fu allevato senza agi, ma non mancò mai il necessario; imparò a leggere e scrivere verso i 13 anni, quando i genitori volendo esaudire il voto fatto a s. Francesco, lo portarono al convento dei Francescani di San Marco Argentano, a nord di Cosenza. In quell’anno l’adolescente rivelò subito doti eccezionali, stupiva i frati dormendo per terra, con continui digiuni e preghiera intensa e già si cominciava a raccontare di prodigi straordinari, come quando assorto in preghiera in chiesa, si era dimenticato di accendere il fuoco sotto la pentola dei legumi per il pranzo dei frati, allora tutto confuso corse in cucina, dove con un segno di croce accese il fuoco di legna e dopo pochi istanti i legumi furono subito cotti. Un’altra volta dimenticò di mettere le carbonelle accese nel turibolo dell’incenso, alle rimostranze del sacrestano andò a prenderle ma senza un recipiente adatto, allora le depose nel lembo della tonaca senza che la stoffa si bruciasse. Trascorso l’anno del voto, Francesco volle tornare a Paola fra il dispiacere dei frati e d’accordo con i genitori intrapresero insieme un pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di s. Francesco, era convinto che quel viaggio gli avrebbe permesso d’individuare la strada da seguire nel futuro.

Si riparò prima in una capanna di frasche e poi spostandosi in altro luogo in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con una zappa; detta grotta è oggi conservata all’interno del Santuario di Paola; in questo luogo visse altri cinque anni in penitenza e contemplazione.

La fama del giovane eremita si sparse nella zona e tanti cominciarono a raggiungerlo per chiedere consigli e conforto; lo spazio era poco per questo via vai, per cui Francesco si spostò di nuovo più a valle costruendo una cella su un terreno del padre; dopo poco tempo alcuni giovani dopo più visite, gli chiesero di poter vivere come lui nella preghiera e solitudine.

Così nel 1436, con una cappella e tre celle, si costituì il primo nucleo del futuro Ordine dei Minimi; la piccola Comunità si chiamò “Eremiti di frate Francesco”.

Fu in seguito necessario allargare gli edifici e nel 1452 Francesco cominciò a costruire la seconda chiesa e un piccolo convento intorno ad un chiostro, tuttora conservati nel complesso del Santuario.

Ormai la fama di taumaturgo si estendeva sempre più e il papa Paolo II (1464-1471), inviò nel 1470 un prelato a verificare; giunto a Paola fu accolto da Francesco che aveva fatto portare un braciere per scaldare l’ambiente; il prelato lo rimproverò per l’eccessivo rigore che professava insieme ai suoi seguaci e allora Francesco prese dal braciere con le mani nude, i carboni accesi senza scottarsi, volendo così significare se con l’aiuto di Dio si poteva fare ciò, tanto più si poteva accettare il rigore di vita.

Secondo la tradizione, uno Spirito celeste, forse l’arcangelo Michele, gli apparve mentre pregava, tenendo fra le mani uno scudo luminoso su cui si leggeva la parola “Charitas” e porgendoglielo disse: “Questo sarà lo stemma del tuo Ordine”.

La fama di questo monaco dalla grossa corporatura, con barba e capelli lunghi che non tagliava mai, si diffondeva in tutto il Sud, per cui fu costretto a muoversi da Paola per fondare altri conventi in varie località della Calabria.

Gli fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia, pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo Stretto di Messina, qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non potevano pagarlo. Senza scomporsi Francesco legò un bordo del mantello al suo bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo Stretto con quella barca a vela improvvisata. Questo miracolo, fra i più clamorosi di quelli operati da Francesco, fu in seguito confermato da testimoni oculari, compreso il pescatore Pietro Colosa di Catona, piccolo porto della costa calabra, che si rammaricava e non si dava pace per il suo rifiuto.Risanava gli infermi, aiutava i bisognosi, ‘risuscitò’ il suo nipote Nicola, giovane figlio della sorella Brigida, anche suo padre Giacomo Alessio, rimasto vedovo entrò a far parte degli eremiti, diventando discepolo di suo figlio fino alla morte.

Francesco alzava spesso la voce contro i potenti in favore degli oppressi, le sue prediche e invettive erano violente, per cui fu ritenuto pericoloso e sovversivo dal re di Napoli Ferdinando I (detto Ferrante) d’Aragona, che mandò i suoi soldati per farlo zittire, ma essi non poterono fare niente, perché il santo eremita si rendeva invisibile ai loro occhi; il re alla fine si calmò, diede disposizione che Francesco poteva aprire quanti conventi volesse, anzi lo invitò ad aprirne uno a Napoli. A Napoli giunsero due fraticelli che si sistemarono in una cappella campestre, là dove poi nel 1846 venne costruita la grande, scenografica, reale Basilica di S. Francesco da Paola, nella celebre Piazza del Plebiscito.

Intanto si approssimava una grande, imprevista, né desiderata svolta della sua vita; nel 1482 un mercante italiano, di passaggio a Plessis-les-Tours in Francia, dove risiedeva in quel periodo il re Luigi XI (1423-1482), gravemente ammalato, ne parlò ad uno scudiero reale, che informò il sovrano.

Nella sua tappa a Napoli, fu ricevuto con tutti gli onori da re Ferrante I, incuriosito di conoscere quel frate che aveva osato opporsi a lui; il sovrano assisté non visto ad una levitazione da terra di Francesco, assorto in preghiera nella sua stanza; poi cercò di conquistarne l’amicizia offrendogli un piatto di monete d’oro, da utilizzare per la costruzione di un convento a Napoli.

Si narra che Francesco presone una la spezzò e ne uscì del sangue e rivolto al re disse: “Sire questo è il sangue dei tuoi sudditi che opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”, predicendogli anche la fine della monarchia aragonese, che avvenne puntualmente nei primi anni del 1500.

Passando per Roma andò a visitare Papa Sisto IV (1471-1484), che lo accolse cordialmente; nel maggio 1489 arrivò al castello di Plessis-du-Parc, dov’era ammalato il re Luigi XI, nel suo passaggio in terra francese liberò Bormes e Frejus da un’epidemia.

A Corte fu accolto con grande rispetto, col re ebbe numerosi colloqui, per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità della condizione umana, uguale per tutti e per quante insistenze facesse il re di fare qualcosa per guarirlo, Francesco rimase coerentemente sulla sua posizione, giungendo alla fine a convincerlo ad accettare la morte imminente, che avvenne nel 1482, dopo aver risolto le divergenze in corso con la Chiesa.

Dopo la morte di Luigi XI, il frate che viveva in una misera cella, chiese di poter ritornare in Calabria, ma la reggente Anna di Beaujeu e poi anche il re Carlo VIII (1470-1498) si opposero; considerandolo loro consigliere e direttore spirituale.

Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours dove fu sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni.

Già sei anni dopo papa Leone X nel 1513 lo proclamò beato e nel 1519 lo canonizzò; la sua tomba diventò meta di pellegrinaggi, finché nel 1562 fu profanata dagli Ugonotti che bruciarono il corpo; rimasero solo le ceneri e qualche pezzo d’osso. Dopo quasi cinque secoli il santo eremita ritornò nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e Cosenza. Nel 1943 papa Pio XII, in memoria della traversata dello Stretto, lo nominò protettore della gente di mare italiana.

Quasi subito dopo la sua canonizzazione, furono erette in suo onore basiliche reali a Parigi, Torino, Palermo e Napoli e il suo culto si diffuse rapidamente nell’Italia Meridionale, ne è testimonianza l’afflusso continuo di pellegrini al suo Santuario, eretto fra i monti della costa calabra che sovrastano Paola, sui primi angusti e suggestivi ambienti in cui visse e dove si sviluppò il suo Ordine dei ‘Minimi’.

 

Due parole con Mark Eldon Chua Panelo

A Castelletto di Leno per il Servizio Pasquale nei giorni dal 20 marzo al 2 aprile 2016

Domanda: Dicci qualcosa di te…

Risposta: Mi chiamo Mark Eldon Chua Panelo e sono nato il 2 settembre 1993 a Manila, Capitale delle Filippine. Fin da piccolo ho abitato a Bicol, la regione più a sud dell’Isola di Luzon, nel paese di Bulan, in provincia di Sorsogon. Sono il secondogenito di Romeo e Cynthia, ed ho una sorella, non ancora sposata, di 25 anni, che si chiama Janine e vive a Manila con la mamma. Il papà invece è morto il 14 novembre 2012 a causa di una malattia inguaribile.

D.: Che studi hai fatto?

R.: Come tutti i bambini ho iniziato il mio curriculum con la scuola materna (Kindergarten), continuati con la scuola elementare (Elementary School) nel mio paese di Bulan. Quindi sono entrato nel Seminario Our Lady of Peñafrancia a Sorsogon City, che è anche il nome della mia Diocesi. Lì ho frequentato la scuola superiore interna al Seminario Minore, assieme ad altri 70 ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 16 anni. Ho deciso poi di continuare nel medesimo Seminario Maggiore, passando agli studi di Filosofia e conseguendo il Baccellierato. Il mio Vescovo, Arturo M. Bastes SVD (Società Verbum Domini) mi ha dato la possibilità di frequentare la Teologia a Roma presso la Pontificia Università della Santa Croce, insieme con un amico coetaneo di nome Jairuz. Siamo residenti entrambi presso il Collegio Ecclesiastico Internazionale “Sedes Sapientiæ” in Via dei Genovesi, 30 (Zona di Trastevere) da luglio 2014. Al Collegio ho potuto conoscere chierici provenienti dai vari continenti, di circa 35 nazionalità diverse. Lì parliamo abitualmente tutti in Italiano.

D.: Cosa prevedi per il tuo futuro nell’immediato e per la tua vita?

R.: Innanzitutto domani, sabato 2 aprile torno a Roma in treno (Freccia Argento, con corsa diretta Brescia-Roma). Riprendo le lezioni lunedì mattina in Università per prepararmi poi agli esami di giugno. Durante le vacanze estive spero di venire nuovamente a Castelletto, per continuare il mio servizio pastorale. Dovrò sostenere ancora un anno di studi, per tornare poi nelle Filippine e lì prevedo che riceverò gli Ordini del Diaconato e del Presbiterato (nel 2018-2019). Sono sicuro che passerò alcuni dei primi anni di sacerdozio come formatore ed insegnante in Seminario. Può darsi che mi venga chiesto di fare un’ulteriore serie di studi per ottenere la Licenza, tornando a Roma da sacerdote.

D.: Come ti è venuta l’idea, da noi ormai molto rara, di diventare un giorno Sacerdote?

R.: Tutto è partito da una semplice tradizione familiare dove, fin da piccolo, frequentavamo insieme regolarmente la S. Messa domenicale a Bulan. Lì mi era simpatico Don Loretto, un giovane curato, che era particolarmente attento a noi bambini. Quando avevo circa 12 anni, in una lezione di catechismo a scuola, l’insegnante, Suor Aquinas domandò ai bambini se ci fosse stato qualcuno tra noi che sarebbe voluto diventare Sacerdote. Girando la testa attorno ho visto che nessuno dei miei amici ha alzato la mano. Allora, volendo fare una bella figura davanti ai compagni e alla suora, ho alzato la mano dicendo che io sarei voluto diventare prete. Il giorno stesso, tornando a casa, ho chiesto alla zia come si può diventare sacerdoti. Lei aveva un amico prete che le spiegò dove si trovava il nostro Seminario e come avrei potuto fare per entrarvi. I miei genitori, da parte loro, non opposero resistenza, ma furono contenti di questa mia decisione.

D.: Venendo a Roma quali somiglianze e quali differenze principali hai notato tra i giovani (20-25 anni) delle Filippine e quelli italiani?

R.: Mi pare che in entrambi i luoghi i giovani prendano poco seriamente le indicazioni che vengono loro date dagli educatori (genitori, insegnanti, persone che possono trasmettere sapienza di vita…). Non mi pare di vedere molte differenze, in quanto i divertimenti e lo standard abituale di vita, anche notturna, siano abbastanza simili. I miei coetanei vivono immersi nel presente, ma programmano con scarso interesse e premura il proprio futuro. Nella nostra Diocesi di Sorsogon in ogni Parrocchia c’è un gruppo di giovani che s’impegna in un cammino di formazione cristiana personale, che si esprime in aiuti pratici alla comunità nelle diverse attività pastorali: nella Messa si collabora per il canto, il servizio, la proclamazione della Parola di Dio… Il Parroco chiede ad esempio ai giovani di organizzare un evento musicale o d’intrattenimento o qualche incontro di preghiera e sono i giovani stessi ad esserne i protagonisti. La partecipazione dei giovani alle attività parrocchiali in generale è buona, in quanto il piccolo gruppo iniziale di giovani riesce ad essere trainante anche per tutti gli altri.

D.: Descrivici brevemente la situazione religiosa del tuo Paese.

R.: Circa il 70% della popolazione è cristiana cattolica; esistono anche altri gruppi cristiani non cattolici di antica data, come pure sette cristiane di recente invenzione. Ci sono musulmani in percentuale ridotta in tutto il Paese, ma sono presenti soprattutto nell’Isola di Mindanao, dove si trova una regione autonoma dedicata a loro. Anche lì ci sono disordini e conflitti religiosi tra cristiani e musulmani. Non mancano anche estremisti islamici, che non hanno certo intenzioni pacifiche.

Conclusione: Auguri vivissimi per il tuo futuro; ti ringraziamo per la testimonianza e per il servizio svolto da noi in questi giorni; ti aspettiamo ancora prossimamente.                     Dgl