Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 148

Supplemento n° 148 al BOLLETTINO PARROCCHIALE – Domenica 15 agosto 2015

Carissimi Parrocchiani,

eccoci al cuore di agosto, il 15: Maria Santissima, ASSUNTA in cielo in corpo e anima, ci ricorda che siamo stati creati per la VITA ETERNA. Anche i nostri corpi risorgeranno, dopo il Giudizio Universale, e si ricongiungeranno alle anime dalle quali si erano separati con la morte. Ce lo ricorda l’articolo del Credo: CREDO LA RISURREZIONE DELLA CARNE. Potrebbe essere utile rileggere le parti del Catechismo della Chiesa Cattolica, che spiegano molto bene questi due ultimi articoli di fede.

Domenica 16 agosto, il giorno di San Rocco, si ricorda quest’anno il bicentenario della nascita di SAN GIOVANNI BOSCO, Padre e Maestro della Gioventù, di cui abbiamo fatto anche noi numerosi festeggiamenti, a partire da gennaio 2015. La celebrazione conclusiva sarà proprio al Colle Don Bosco, presente il Rettor Maggiore dei Salesiani. Saremo spiritualmente lì, anche noi, assieme ai giovani di tutto il mondo.

Vorrei riportare (nelle pagine a seguire) DUE RIFLESSIONI su DON BOSCO: la prima, rivolta dal Papa ai giovani, durante la sua visita a Torino, il 21 giugno scorso e la seconda, da quanto detto in un’intervista dal salesiano don Enrico Lupano, incaricato dell’organizzazione del bicentenario.

Alcuni dei nostri giovani sono stati impegnati nel GREST coi ragazzi ed hanno lavorato molto bene; qualcuno è fedele alla S. Messa festiva (non molti, per la verità); ma le cronache impietose di questi giorni – dove numerosi giovani hanno perso la vita in incidenti stradali e in sballi notturni in discoteca – hanno suscitato polemiche, rimbalzi di responsabilità e perfino un cenno del Papa all’Udienza generale di mercoledì 12 agosto scorso:

 

… Il vero tempo della festa sospende il lavoro professionale, ed è sacro, perché ricorda all’uomo e alla donna che sono fatti ad immagine di Dio, il quale non è schiavo del lavoro, ma Signore, e dunque anche noi non dobbiamo mai essere schiavi del lavoro, ma signori. C’è un comandamento per questo, un comandamento che riguarda tutti, nessuno escluso!

E invece sappiamo che ci sono milioni di uomini e donne e addirittura bambini schiavi del lavoro! In questo tempo ci sono schiavi, sono sfruttati, schiavi del lavoro e questo è contro Dio e contro la dignità della persona umana!

… l’ideologia del profitto e del consumo vuole mangiarsi anche la festa: anch’essa a volte viene ridotta a un “affare”, a un modo per fare soldi e per spenderli. Ma è per questo che lavoriamo?

L’ingordigia del consumare, che comporta lo spreco, è un brutto virus che, tra l’altro, ci fa ritrovare alla fine più stanchi di prima. Nuoce al lavoro vero, consuma la vita.

I ritmi sregolati della festa fanno vittime, spesso giovani…

 

Chiudo: il 28 agosto la liturgia venera uno dei santi più grandi di tutta la Storia della Chiesa: SANT’AGOSTINO, illustre filosofo e teologo. Mi viene naturale guardare a lui e a Don Bosco riprendendo un’espressione saggia, che vale anche oggi, per ciascuno di noi.

Dgl

 

“Vuoi essere un grande?

Comincia con l’essere piccolo.

Vuoi erigere un edificio

che arrivi fino al cielo?

Costruisci prima

le fondamenta dell’umiltà”.

Sant’Agostino d’Ippona (354 – 430)


Il Papa AI GIOVANI: “Andate controcorrente, siate casti”

Durante l’incontro con i ragazzi della diocesi di Torino,

Francesco stigmatizza l’ipocrisia dei cristiani che investono nel traffico di armi

Torino, 21 Giugno 2015

 

Il vero senso dell’amore, la castità, la sfiducia nella politica, la guerra e la cultura dello scarto sono stati gli argomenti di maggior rilievo nella conversazione tenuta da papa Francesco con 90mila giovani della diocesi di Torino, incontrati a piazza Vittorio al termine della prima giornata di visita nel capoluogo piemontese.

 

Il Santo Padre ha risposto alla prima delle domande, citando proprio un beato torinese, Piergiorgio Frassati (1901-1925), il quale esortava a “vivere, non vivacchiare”.

“È brutto vedere un giovane che vive come un ‘vegetale’”, ha detto senza mezzi termini il Pontefice, con riferimento a quei giovani “invecchiati presto” che, metaforicamente, “vanno in pensione a 20 anni”.
AMORE e CASTITA’

1 ►L’antidoto a questo male di vivere è tutto nella “voglia di amare”, ha osservato il Papa. L’amore, tuttavia, è qualcosa di molto “concreto”, non è soltanto dire ‘ti amo’, anzi, vive “più nelle opere che nelle parole”.

Dio stesso “è amore” e Dio ha cominciato a “parlare d’amore al suo popolo nel momento in cui si è alleato con lui” e ha compiuto “opere” per il suo popolo, a partire dal perdono verso il popolo stesso.

Inoltre, ha aggiunto il Papa, “l’amore si comunica sempre, si compie nel dialogo e nella comunione, ascolta e risponde, non è mai muto, né sordo”, né è soltanto un “sentimento romantico”.

Di seguito Francesco ha usato un’espressione “impopolare”, poiché “il Papa deve rischiare nel dire la verità;

in questo mondo edonista, vi dico:

siate casti, perché l’amore è casto”.

La castità, ha osservato il Santo Padre, è indubbiamente una virtù “difficile” da vivere, tuttavia, è “la prova di un amore genuino, che sa darti la vita” e che “non usa l’altro come uno strumento di piacere”.

L’amore è sacrificio, tuttavia, anche nell’esempio di “tante mamme e papà che al mattino arrivano al lavoro stanchi, perché durante la notte hanno accudito il figlio malato: questo è il vero amore, questo è servire gli altri come Gesù ci ha insegnato – ha commentato il Papa -.

Se dico ‘ti amo’ ma non mi sacrifico per l’altro, questo non è amore”.

 

GUERRE e COMMERCIO di ARMI

2 ►La sfiducia dei giovani ha le sue radici anche nell’ipocrisia o nella malvagità dei potenti. A tal proposito, Francesco ha nuovamente fatto riferimento alla nuova “guerra mondiale combattuta a pezzi”, di fronte alla quale, sorge l’interrogativo: “Posso fidarmi dei dirigenti mondiali? Posso fidarmi di un candidato che poi farà scoppiare una guerra?”.

Vi sono, ha detto il Pontefice, “dirigenti e imprenditori” che si dicono “cristiani” o che “parlano di pace” ma che poi “commerciano le armi” o “investono nelle fabbriche di armi”.

Di fronte alla maggior parte delle guerre, delle dittature o dei genocidi, i potenti “guardano dall’altra parte”: ciò avvenne nel secolo scorso con “la tragedia dell’Armenia”, con i gulag sovietici o con la “Shoah”, riguardo alla quale, “le grandi potenze avevano le foto dei treni che portavano i deportati ad Auschwitz”, senza però muovere un dito per loro.

 

STIMA e RISPETTO per la VITA

3 ►Il terzo passaggio del colloquio ha riguardato la “cultura dello scarto” che colpisce i bambini, (“non si concepiscono o vengono uccisi prima della nascita”), gli anziani (“li lasciano morire con l’eutanasia nascosta”) e i giovani che vengono “lasciati senza lavoro” e cadono nel baratro delle “dipendenze”, nella tentazione del suicidio o, addirittura, finiscono nella rete di gruppi terroristici, irretiti da falsi “ideali”.
La vera strada per la realizzazione personale e per la felicità è però nell’essere “controcorrente” e nell’impegno in opere di solidarietà per i “bambini di strada” o per i “migranti” o nel vivere la “gioia degli oratori”.

Tale invito, il Papa l’ha rivolto in modo particolare agli universitari: “guardatevi dal credere che è solo studiare: essere universitari vuol dire anche uscire, e uscire nel servizio con i poveri”, ha detto.

Questa sfida “controcorrente” è possibile in qualunque epoca: anche durante quel Risorgimento in cui “c’era la massoneria, la Chiesa non poteva fare nulla, c’erano i mangiapreti, c’erano anche i demoniaci, uno dei momenti più brutti e dei posti più brutti della storia d’Italia”.

La presenza di molti santi vissuti in quell’epoca, tuttavia, dimostra che “si doveva andare controcorrente di quella cultura e modo di vivere, vivere la realtà, e se questa realtà è vetro e non diamante, io cerco la realtà controcorrente e faccio la mia realtà, ma che sia servizio agli altri!”, ha quindi concluso Francesco.

Quando i sogni di don Bosco diventarono realtà

Alla scoperta di Valdocco la “cittadella” dove è iniziata la grande avventura dei salesiani

 


Valdocco è una sorta di “città nella città”. Il suo nome attinge al vernacolo piemontese: Valdòc significava probabilmente “valle delle oche”, con riferimento ad un’area campestre nei pressi di quella che, alla metà del XIX secolo, era la periferia Nord di Torino. Un luogo selvaggio, popolato da immigrati, ragazzi di strada e delinquenti. Spinto dai suoi sogni tra il mistico e il profetico, San Giovanni Bosco volle creare un luogo di redenzione per quei giovani disperati e trasformò Valdocco in un vero gioiello, stabilendovi la sede della casa generalizia salesiana, attorno alla quale sono sorti l’oratorio, le scuole, il centro di formazione professionale, la tipografia e la chiesa parrocchiale di Santa Maria Ausiliatrice, che tuttora custodisce le spoglie mortali e altre reliquie di don Bosco. Sentiamo don Enrico Lupano, incaricato per le celebrazioni del Bicentenario.

 

Don Enrico, che cosa rappresenta Valdocco per voi salesiani?

Valdocco è il luogo in cui i sogni diventano realtà. A partire dai sogni di don Bosco, dove i lupi si trasformavano in agnelli e tanti ragazzi cresciuti situazioni di emarginazione e disagio diventavano onesti cittadini e buoni cristiani. Il sogno di Valdocco ha un aspetto storico legato alla prima casa di don Bosco e un aspetto educativo che si articola nelle scuole, nella parrocchia, nell’oratorio, nel centro di formazione professionale dove insegniamo un lavoro ai ragazzi. Il sogno di don Bosco, comunque, non si è limitato solo a Torino ma si è diffuso in tutto il mondo, arrivando in 132 paesi.

 

Che legame intrecciò don Bosco con Torino, la sua città d’adozione?

È un legame molto profondo e lui vive in un’epoca in cui questa città ha dato i natali ad almeno altri venti santi; una città in cui sono nate strutture che oggi diamo per scontate, come gli asili infantili. Quando don Bosco arriva a Torino, trova una città con delle lacerazioni profonde: c’è la rivoluzione industriale con il relativo cambiamento socio-economico ma c’è anche la rivoluzione vera e propria perché si sta formando l’Italia.

Don Bosco, con l’aiuto della sua guida spirituale, San Giuseppe Cafasso, fu uno dei primi sacerdoti a visitare i carcerati. Fino a qualche anno prima il carcere era solo un luogo di pena, ora si intuisce che può diventare un luogo di rieducazione. Visitando le carceri, don Bosco comprende il dramma dei giovani immigrati che non avevano nessuno che si prendesse cura di loro e spesso, proprio per questo, finivano dietro le sbarre. È proprio dall’apostolato in carcere che nasce il sistema preventivo salesiano: educare i giovani, per evitare che prendano una cattiva strada. È una lotta tra il bene e il male, in cui don Bosco vuole strappare al male la vita di tanti giovani.

 

Come vive don Bosco gli anni del Risorgimento, caratterizzati da un rapporto Stato-Chiesa molto conflittuale?

Don Bosco è come una sorta di ponte tra lo Stato e la Chiesa. Non fece mai il tifo per l’uno o per l’altra ma fu sempre un uomo di riconciliazione. È interessante come don Bosco ponga come obiettivo quello di educare “buoni cristiani e onesti cittadini”.

Il suo sistema preventivo non è mai disincarnato dalla realtà. Non vuole solo dei santi che vogliono bene al Signore, vuole anche dei cittadini che vivano quest’esperienza fino in fondo.

Quando i Savoia pensarono di sciogliere i vari ordini religiosi per incamerarne i beni, lui ne trasse l’opportunità per fondarne uno completamente nuovo. Gli venne chiesto di fare un istituto religioso i cui componenti di fronte allo Stato fossero laici: infatti lo Stato non poteva impedire a 4, 5 o 20 laici di vivere insieme; in questo modo nascono i Salesiani.

Don Bosco fu sempre molto concreto, non faceva mai filosofia o astrazione ma aveva a cuore la risoluzione dei problemi. È stato infatti uno dei primi a chiedere la stipula di contratti di lavoro e di apprendistato per i giovani, per assicurare che nessuno fosse sfruttato.

 

Don Bosco dovette spesso fare i conti con la mancanza di denaro, eppure realizzò opere immense: un esempio per noi che viviamo anni di crisi economica?

Don Bosco era un santo; la sua prima risorsa era Dio!

Costruì un “impero educativo” dal nulla, perché era volontà del Signore, quindi se il Signore voleva una cosa da lui, gli dava gli strumenti per farlo. Al tempo stesso aveva un’intraprendenza incredibile: don Bosco si è sempre arrangiato e ha chiesto sempre offerte a tutti i benefattori possibili. Per lui era una grande fatica, però l’ha sempre fatto.

Erano due i suoi punti di forza: l’assoluta fiducia in Dio e il rimboccarsi le maniche.

Così operiamo anche di noi salesiani che, di fatto, abbiamo sempre vissuto nei debiti ma… i debiti li paga il Signore!

Don Bosco aveva i piedi per terra ma lo sguardo rivolto verso il cielo. La sua è una santità molto concreta. L’affidamento totale a Dio, uno stile di vita sobrio, il lavoro sodo per il bene dei giovani, sono un grande esempio anche per noi, oggi.       Don Enrico L.