Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Supplemento Bollettino n. 128

Supplemento n° 128 al BOLLETTINO PARROCCHIALE – Domenica 14 dicembre 2014

Santo Natale 2014

 

A voi, carissimi parrocchiani, giungano i miei migliori auguri

per un Felice e buon Natale!

Vorrei poter rivolgere proprio

a tutti – nessuno escluso – queste felicitazioni,

uno ad uno, senza eccezioni,

con un sorriso cordiale

ed una forte stretta di mano.

 

Il vostro Parroco
Don Gianluca

“Il significato reale della ricchezza è di donarla generosamente.”

Pascal (filosofo e teologo francese -1623 – 1662)

 

Giornata del Pane e Un Dono in Dono

Dopo la Giornata della Caritas parrocchiale (15 novembre), che ha visto una corrispondenza positiva della comunità in favore dei nostri poveri, abbiamo iniziato l’Avvento con la Benedizione del pane (30 novembre), raccogliendo offerte per la Mensa Menni di Brescia; è stata un’altra gara di generosità! Abbiamo esercitato insieme la prima delle Opere di Misericordia: “Dar da mangiare agli affamati”. Si dice: chi bene incomincia… è già a metà dell’opera. Un dono in dono è invece l’iniziativa legata alla festa di Santa Lucia, che vorrebbe agganciare anche i bambini e i piccoli alla meravigliosa catena della CARITÀ, una virtù necessaria per ogni vita cristiana: infatti, se manca l’amore non resta in piedi niente. Tuttavia la carità è una virtù che s’impara un po’ per volta, solo se allenati e pronti a “fare fioretti”, quelli che costano, se pronti a schiacciare almeno un po’ il proprio “io”.
Ecco un ruolo strategico dell’educatore (specialmente mamma o papà): suscitare l’altruismo, la generosità, l’amore nel cuore dei piccoli, talvolta molto egoisti, capricciosi e possessivi: per un giocattolo, per un oggetto… che rifiutano di prestare anche solo per un momento ad un fratellino, ma che sono capaci di slanci di vera magnanimità, quando sono aiutati dai grandi, con le parole e con gli esempi (che restano sempre gli insegnamenti più efficaci).
Aiutiamo quest’anno la Missione di Macapà, in Brasile, dov’è parroco don Stefano Bertoni; lì s’incontra la povertà profonda senza molta difficoltà… tanti mancano anche del necessario per condurre una vita dignitosa. Vogliamo migliorare la povera struttura dell’Oratorio di S. Maria de Nazaré, costruito anche con le offerte dei bambini di Brescia, raccolte nell’operazione Santa Lucia del 2010. Don Stefano è tornato a Castelletto una domenica di settembre, celebrando la Messa dei ragazzi e benedicendo i nostri piccoli del gruppo Betlemme. Che bello: la benedizione del sacerdote, ministro di Gesù, che porta la sua grazia ai bambini di Castelletto e a quelli di Macapà e che ama gli uni senza tralasciare gli altri! E desidera portare tutti ad amare Gesù.

Novena dell’Immacolata, Offerta delle Rose a Maria e Preparazione al Natale
Come l’anno scorso s’è ripetuto lo spettacolo di devozione e di fede semplice dei bambini nella preparazione alla Solennità dell’Immacolata, dove i più piccoli hanno portato ciascuno una rosa bianca in offerta a Maria. Tutti i pomeriggi eccoli arrivare, di corsa, trafelati, alcuni un po’ stanchi per la scuola appena terminata, ma gioiosi di riempire di fioretti colorati l’alberello posizionato vicino alla statua della Madonna; la preghiera in Cappella, i canti, i ritornelli, le storie del Vangelo e alcuni episodi “mariani” della vita di Don Bosco, Padre e maestro dei giovani, che festeggeremo ancor più in grande nel mese di gennaio prossimo, in vista della sua festa annuale, a 200 anni dalla sua nascita, avvenuta il 16 agosto 1815 ai Becchi di Castelnuovo Don Bosco, in Piemonte.

“Don Bosco ritorna, tra i giovani ancor…” abbiamo cantato più volte, sicuri che i suoi esempi di vita e di amore alla Madonna mantengono una sconcertante attualità anche ai giorni nostri e ci fanno bene. Il mattino dell’Immacolata, alla festa dei piccoli si sono aggiunti numerosi i genitori (ecco cos’è l’esempio; siete stati davvero bravi, mamme e papà!) e gli amici di Emmaus, con le tuniche bianche degli Apostolini, in presbiterio, come i chierichetti, vicino al Sacerdote che, nella Messa, ripete come l’Ultima Cena di Gesù.

I fiori bianchi, le tuniche bianche… portano spontaneamente il pensiero a Maria Immacolata e a riflettere su come è importante custodire la propria anima in grazia, cioè il più possibile pulita, bella, immacolata.

Ciò è avvenuto la prima volta col Battesimo e si ripete sempre nel sacramento del perdono, che alcuni (anche se pochi) celebrano con una cadenza regolare. Ecco dove dobbiamo puntare: alla Grazia di Dio. Se c’è questa, c’è tutto; non manca niente.

Certo non vanno mai a confessarsi i superbi, né chi si crede “a posto”… come accadeva al tempo di Gesù con gli scribi e i farisei: i “maestri” d’Israele. Invece ricevono il suo perdono gli umili: il paralitico di Cafàrnao, il cieco nato, l’uomo paralizzato guarito alla piscina probatica di Gerusalemme, San Pietro dopo la risurrezione del Signore… e molti altri.

Ecco il vero Natale: impensabile senza Confessione e Comunione, o meglio, ridotto ad una kermesse consumistica vuota (e per questo insignificante).

In questi giorni, a rotazione veloce, ci saranno: la Novena di Natale, l’arrivo del confessore straordinario Don Jackson Johnson, originario dell’India e di due chierici del Collegium “Sedes Sapiéntiæ” di Roma, le numerose e suggestive celebrazioni delle festività natalizie, con la Benedizione dei Gesù Bambino (21 alle 10.30), la festa delle famiglie (28), il ricordo dei defunti del 2014 (31), il canto del Te Deum (31) e del Veni Creator (1° gennaio) e la benedizione dei piccoli da zero a sei anni (il pomeriggio del 6 gennaio).

Post Scriptum: E in Oratorio?

Beh, il calendario è ricco di appuntamenti:

la commedia in teatro della nostra Filodrammatica (il 20-21), lo scambio degli Auguri di Natale (dopo la Messa di Mezzanotte), la Pesca di beneficienza durante il periodo natalizio, la Gita sulla neve per i ragazzi e le famiglie (29) ed il Cenone dell’Ultimo per le famiglie in teatro (dopo il canto del Te Deum di ringraziamento – la sera del 31), il Concorso e la Visita ai Presepi dei bambini, per arrivare al Corteo dei Re Magi dell’Epifania, con la raccolta di offerte per la Santa Infanzia e alla premiazione dei presepi.

 

Aperto l’Anno della Vita Consacrata
Anche a Castelletto abbiamo simbolicamente aperto sabato sera, 29 novembre, questo anno particolare voluto dal Papa, che arriverà fino al prossimo 2 febbraio 2016.

Le persone consacrate sono un segno di Dio nei diversi ambienti di vita, sono lievito per la crescita di una società più giusta e fraterna, sono profezia di condivisione con i piccoli e i poveri. La vita consacrata è un dono di Dio alla Chiesa.

Nella nostra Diocesi sono presenti:

18 Istituti religiosi maschili (diverse comunità)
7  Comunità monastiche femminili
50 Istituti religiosi femminili di diritto pontificio con diverse comunità
6 Istituti religiosi femminili di diritto diocesano con diverse comunità
10 Istituti secolari di diritto pontificio
6  Istituti secolari di diritto diocesano
2  Esperienze di vita eremitica
1  Società di vita apostolica maschile di diritto pontificio
8  Vergini consacrate

Si tratta di un esercito di bene non indifferente, di cui dobbiamo ringraziare il Signore!

Nel nostro mondo, dove sembrano spesso smarrite le tracce di Dio, si rende urgente una forte testimonianza profetica da parte delle persone consacrate, che affermano il primato di Dio e dei beni futuri, che traspare dalla sequela e dall’imitazione di Cristo casto, povero e obbediente (= i tre voti di Castità, Povertà e Obbedienza), totalmente votato alla gloria del Padre e all’amore dei fratelli e delle sorelle. La stessa vita fraterna è profezia in atto nel contesto di una società che, talvolta senza rendersene conto, ha un profondo anelito ad una fraternità senza frontiere, che difficilmente riesce a trovare.

Le diverse vocazioni nella Chiesa si appoggiano tutte sul Battesimo ed esprimono la ricchezza e la varietà dei doni e dei carismi dello Spirito Santo. La Chiesa è il Corpo di Cristo; tutti hanno il proprio posto e la vocazione particolare di ognuno serve all’edificazione di tutti.

Papa Francesco ci ammonisce:

“Fa tanto male riscontrare come in alcune comunità cristiane, e persino tra persone consacrate, si dia spazio a diverse forme di odio, divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, desiderio di imporre le proprie idee a qualsiasi costo, fino a persecuzioni che sembrano un’implacabile caccia alle streghe. Chi vogliamo evangelizzare con questi comportamenti? […] Nessuno si salva da solo, cioè né come individuo isolato, né con le sue proprie forze. Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che comporta la vita in una comunità umana”.

Per noi oggi è importante capire che i consacrati non sono puramente funzionali o di supplenza (= i religiosi servono per rimpiazzare i preti, le suore per tappare i buchi che sono rimasti vuoti in parrocchia), ma che la loro presenza è positiva e desiderabile non tanto per quello che fanno ma per quello che sono.


Preparando la Giornata della Pace – Malala e il Nobel
Si sono riuniti a Roma nei giorni 12-14 dicembre i vincitori del premio Nobel per la Pace, per il loro 14° vertice mondiale dal titolo “Peace. Living it!”, dedicato alla memoria e all’eredità di Nelson Mandela (premio Nobel 1993, morto il 5 dicembre 2013).

Il Papa ha espresso ad ognuno la propria gratitudine in un messaggio a firma del cardinale Segretario di Stato, Card. Pietro Parolin. Nel testo il Pontefice si dice profondamente grato per l’impegno dei partecipanti al Vertice a promuovere la pace e la fratellanza tra i popoli. Ha pregato per tutti i presenti affinché possano essere rinnovati e incoraggiati nel loro lavoro, e perché le loro fatiche possano portare abbondanti frutti di pace per il mondo. Sono stati 23 i Nobel presenti, fra i quali il Dalai Lama, l’ex presidente russo Michail Gorbaciov, l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu, l’ex primo ministro dell’Irlanda del Nord David Trimble, la fondatrice della campagna internazionale per il bando delle mine antipersona Jody Williams, il politico di Timor Leste José Ramos-Horta, il sindacalista, politico e attivista polacco Lech Wałęsa, la pacifista liberiana Leymah Gbowee e l’avvocata e pacifista iraniana Shrin Ebadi. Pochi giorni fa, il 10 dicembre scorso, è stato assegnato ad Oslo, in Norvegia, l’ultimo Nobel per la pace a Malala Yousafzai, ragazza pachistana e a Kailash Satyarti, indiano. Veramente meraviglioso il discorso fatto in questa circostanza dalla diciassettenne colpita dai talebani il 9 ottobre 2012 con l’intenzione di ucciderla e che si sono ripromessi di riprovarci in futuro.

Mi sembra molto bella ed utile la lettura del saggio di Michela Coricelli, edito da San Paolo Edizioni nel 2014 “Asia Bibi, Malala e le altre – Storie di donne nella Terra dei Puri” – pag. 152 – € 13,00.

Fino a quando dovranno esistere donne come Asia Bibi, per ricordare al mondo il diritto elementare alla libertà religiosa, di pensiero, di parola?

Fino a quando saranno necessarie le voci di Malala, di Hina e delle studentesse dello Swat, per gridare contro i soprusi? Perché presentarsi a un seggio parlamentare diventa una sfida alla rabbia talebana?

Perché a queste donne è richiesto un surplus di eroismo, quando l’unica cosa che chiedono è vivere in tranquillità e pace, cercando di migliorare le condizioni dle proprio Paese, delle proprie famiglie o della loro esistenza quotidiana? Qui potremmo cercar di capire…

discorso di Malala Yousafzai
alla consegna del Premio Nobel per la Pace
Oslo (Norvegia), 10 dicembre 2014
Traduzione in italiano dell’intervento integrale

Sono molto orgogliosa di essere la prima pashtun, la prima pachistana e la prima giovane a ricevere questo premio. Sono abbastanza sicura di essere anche la prima vincitrice del Nobel che ancora litiga con suo fratello minore! Vorrei che ci fosse pace ovunque, ma io e i miei fratelli abbiamo ancora del lavoro da fare su quel fronte.

Sono onorata anche di ricevere questo premio con Kailash Satyarti, che è stato un campione dei diritti dei bambini per parecchi anni. A dirla tutta, il doppio degli anni che ho io adesso. Sono grata del fatto che possiamo essere qui insieme e mostrare al mondo che un indiano e una pachistana possono stare insieme in pace e lavorare insieme per i diritti dei bambini.

Cari fratelli e sorelle, i miei genitori mi hanno dato il nome della “Giovanna d’Arco” pashtun, Malalai di Maiwand. La parola Malala vuol dire “colpita da un lutto”, “triste”, ma per aggiungere allegria al nome i miei genitori mi chiamano sempre “Malala, la ragazza più felice del mondo” e sono molto felice che insieme stiamo sostenendo una causa importante.

Questo premio non è solo per me. È per i bambini dimenticati che vogliono un’istruzione. È per i bambini spaventati che vogliono la pace. È per i bambini senza voce che vogliono il cambiamento. Sono qui per i loro diritti, per dare loro voce… Non è il momento di averne compassione. È il momento di agire, per fare in modo che sia l’ultima volta che a dei bambini è sottratta l’istruzione.

Ho notato che le persone mi descrivono in molti modi. Alcuni mi chiamano la ragazza cui i talebani hanno sparato. Alcuni la ragazza che ha combattuto per i suoi diritti. Altri, ora, mi chiamano la premio Nobel. Per quanto ne so io, sono una persona impegnata e testarda che vuole che ciascun bambino abbia un’istruzione di qualità, che vuol pari diritti per le donne, che vuole la pace in ogni angolo del mondo.

L’istruzione è una delle benedizioni della vita – e una delle sue necessità. Me lo dice l’esperienza dei miei 17 anni di vita. A casa mia nella valle di Swat, nel nord del Pakistan, ho sempre amato la scuola e imparare cose nuove. Ricordo quando io e i miei amici ci decoravamo le mani con gli hennè [decorazioni floreali, ndt] per le occasioni importanti. Invece di disegnare dei fiori e motivi geometrici, usavamo le formule matematiche e le equazioni.

Avevamo sete di conoscenza perché il nostro futuro era lì, in classe. Ci sedevamo e studiavamo e imparavamo insieme. Adoravamo indossare i nostri grembiuli puliti e stare lì seduti con grandi sogni negli occhi. Volevamo rendere orgogliosi i nostri genitori e dimostrare che potevamo eccellere negli studi e ottenere cose che secondo alcuni solo i ragazzi possono fare.

Le cose sono cambiate. Quando avevo dieci anni, Swat, un posto di bellezza e turismo, è diventato improvvisamente un luogo di terrore. Più di 400 scuole sono state distrutte. Alle ragazze è stato impedito di andare a scuola. Le donne sono state picchiate. Innocenti sono stati uccisi. Tutti abbiamo sofferto. I nostri bei sogni sono diventati incubi. L’istruzione da diritto e diventato crimine.

Ma quando il mondo è cambiato, anche le mie priorità sono cambiate. Avevo due opzioni. Stare zitta e aspettare di venire uccisa. O parlare e venire uccisa. Ho deciso di parlare.

I terroristi hanno provato a fermarci e il 9 ottobre del 2012 hanno attaccato me e i miei amici. Ma i loro proiettili non potevano vincere. Siamo sopravvissuti. E da quel giorno le nostre voci si sono fatte più forti.

Racconto la mia storia non perché sia unica, ma perché non lo è. È la storia di molte ragazze. Oggi racconto anche le loro storie. Ho portato con me a Oslo alcune delle mie sorelle, che condividono la mia storia: amiche dal Pakistan, dalla Nigeria e dalla Siria. Le mie coraggiose sorelle Shazia e Kainat Riaz che quel giorno a Swat sono state colpite dai proiettili con me. Anche loro hanno attraversato un tragico trauma. E la mia sorella Kainat Somro dal Pakistan, che ha sofferto violenze estreme e abusi, fino all’uccisione di suo fratello, ma non ha ceduto.

E ci sono ragazze come me, che ho incontrato durante la campagna per il Fondo Malala, che oggi sono come sorelle per me: la mia coraggiosa sorella sedicenne Mezon, dalla Siria, che oggi vive in Giordania in un campo profughi e va di tenda in tenda per aiutare i bambini a studiare. E la mia sorella Amina, dal nord della Nigeria, dove Boko Haram minaccia e rapisce le ragazze, solo perché chiedono di andare a scuola.

Potrò sembrarvi una sola ragazza, una sola persona, per di più alta neanche un metro e sessanta coi tacchi. Ma non sono una voce solitaria: io sono tante voci. Sono Shazia. Sono Kainat Riaz. Sono Kainat Somro. Sono Mezon. Sono Amina. Sono quei 66 milioni di ragazze che non possono andare a scuola.

La gente spesso mi chiede perché l’istruzione sia così importante per le ragazze. Rispondo sempre la stessa cosa. Dai primi due capitoli del Corano ho imparato la parola Iqra, che vuol dire “leggere”, e la parola nun wal-qalam, che vuol dire “con la penna”. Per questo, come ho detto lo scorso anno alle Nazioni Unite, «un bambino, un maestro, una penna e un libro possono cambiare il mondo».

Oggi in mezzo mondo vediamo rapidi progressi, modernizzazione e sviluppo. Ma ci sono paesi dove milioni di persone soffrono ancora i vecchi problemi della fame, della povertà, delle ingiustizie, dei conflitti. In questo 2014 ci viene ricordato che è passato un secolo dalla prima guerra mondiale, ma ancora non abbiamo imparato la lezione che ci viene dalla morte di quei milioni di vite di cent’anni fa.

Ci sono ancora guerre in cui centinaia di migliaia di innocenti perdono la vita. Molte famiglie sono diventate profughe in Siria, a Gaza, in Iraq. Ci sono ancora ragazze che non sono libere di andare a scuola nel nord della Nigeria. In Pakistan e in Afghanistan vediamo persone innocenti che muoiono in attacchi suicidi ed esplosioni di bombe. Molti bambini in Africa non hanno accesso all’istruzione per la povertà. Molti bambini in India e in Pakistan sono privati del loro diritto all’istruzione per tabù sociali, o perché sono stati costretti a lavorare o, le bambine, a sposarsi.

Una delle mie migliori amiche a scuola, della mia stessa età, è sempre stata una ragazza coraggiosa e fiduciosa: voleva diventare medico. Ma il suo sogno è rimasto un sogno. A 12 anni è stata costretta a sposarsi e ha avuto un figlio quando era lei stessa ancora una bambina, a quattordici anni. Sono sicura che sarebbe stata un ottimo medico. Ma non ha potuto diventarlo, perché è una ragazza.

La sua storia è il motivo per cui devolvo i soldi del premio Nobel al Fondo Malala, per aiutare le ragazze di tutto il mondo ad avere un’istruzione di qualità e per fare appello ai leader ad aiutare le ragazze come me, Mezun e Amina. Il primo luogo dove andranno i soldi è il paese dove sta il mio cuore: il Pakistan, per costruire scuole, specialmente a Swat e Shangia.

Nel mio villaggio non c’è ancora una scuola superiore per ragazze. Voglio costruirne una, perché i miei amici possano avere un’istruzione – e con essa l’opportunità di raggiungere i loro sogni. Comincerò da lì, ma non mi fermerò lì. Continuerò questa battaglia finché ogni bambino non avrà una scuola. Mi sento più forte dopo l’attacco che ho subito, perché so che nessuno può fermarmi, fermarci, perché siamo milioni e siamo uniti.

Cari fratelli e sorelle, le grandi persone che hanno realizzato dei cambiamenti – come Martin Luther King e Nelson Mandela, Madre Teresa e Aung San Suu Kyi – un giorno hanno parlato da questo palco.

Spero che anche i passi intrapresi da me e da Kailash Satyarti finora, e quelli che ancora intraprenderemo, possano realizzare un cambiamento, e un cambiamento duraturo.

La mia grande speranza è che questa sia l’ultima volta che dobbiamo combattere per l’istruzione dei bambini. Chiediamo a tutti di unirsi e sostenerci nella nostra battaglia, per poter risolvere questa situazione una volta per tutte. Come ho detto, abbiamo già fatto molti passi nella giusta direzione. Ora è il momento di fare un balzo in avanti.

Non serve dire ai leader quant’è importante l’istruzione: lo sanno già, i loro figli sono nelle migliori scuole. È ora di dirgli che devono agire, adesso. Chiediamo ai leader del mondo di unirsi e fare dell’istruzione la loro priorità numero uno.

Quindici anni fa i leader del mondo decisero di fissare dei traguardi globali, i Millennium Development Goals. Nei primi anni successivi abbiamo visto dei progressi. Il numero di bambini esclusi da scuola è stato dimezzato. Ma il mondo di concentrò solo sull’istruzione primaria, e i miglioramenti non toccarono tutti.

L’anno prossimo, nel 2015, rappresentanti di tutti i paesi si vedranno alle Nazioni Unite per fissare dei nuovi traguardi, i Sustainable Development Goals. Sarà l’occasione per fissare le ambizioni della prossima generazione. I leader devono cogliere quest’opportunità per garantire un’istruzione primaria e superiore gratuita e di qualità a ciascun bambino. Alcuni dicono che sia poco fattibile, o troppo costoso, o troppo difficile. O persino impossibile. Ma è il momento che il mondo pensi in grande.

Cari fratelli e sorelle, il cosiddetto mondo degli adulti può anche capire queste obiezioni, noi bambini no.

Perché nazioni che chiamiamo grandi sono così potenti nel provocare guerre, ma troppo deboli per la pace? Perché è così facile darci una pistola, ma così difficile darci un libro? Perché è così facile costruire un carrarmato, ma costruire una scuola è così difficile?

Viviamo nel mondo moderno, nel ventunesimo secolo, e crediamo che nulla è impossibile. Possiamo raggiungere la luna, forse a breve atterreremo su Marte.

Per questo, in questo ventunesimo secolo, dobbiamo essere determinati a far realizzare il nostro sogno di un’istruzione di qualità. Realizziamo uguaglianza, giustizia e pace per tutti. Non solo i politici e i leader del mondo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Io. Voi. È nostro dovere.

Dobbiamo metterci al lavoro, non aspettare. Chiedo ai ragazzi come me di alzare la testa, in tutto il mondo.

Cari fratelli e sorelle, diventiamo la prima generazione a decidere di essere l’ultima: classi vuote, infanzie perdute, potenziale perduto, facciamo in modo che queste cose finiscano con noi.

Che sia l’ultima volta che un bambino o una bambina spendono la loro infanzia in una fabbrica.
Che sia l’ultima volta che una bambina è costretta a sposarsi.
Che sia l’ultima volta che un bambino innocente muore in guerra.
Che sia l’ultima volta che una classe resta vuota.
Che sia l’ultima volta che a una bambina viene detto che l’istruzione è un crimine, non un diritto.
Che sia l’ultima volta che un bambino non può andare a scuola.

 

Diamo inizio a questa fine.

Che finisca con noi.

Costruiamo un futuro migliore proprio qui, proprio ora.