Parrocchia di Castelletto di Leno (Bs)

Intervista al chierico Petroiman Nathanael Mshana e al chierico Rogelio Vargas Martinez

Intervista al chierico – Petroiman Nathanael Mshana

A cura di Beatrice Barbera

 

Quali sono le tue generalità?

Mi chiamo Petroiman Nathanael Mshana, sono nato l’8 settembre 1991 a Bwambo-Same in Kilimanjaro-Tanzania, in Africa.

Com’è la tua famiglia e come hai passato la tua infanzia?

Sono nato nella famiglia Cattolica del papà Nathanael  Petro Mshana e della mamma Getrude Elihazina Mnkeni. Siamo quattro figli: Yohana, Elizabeth, io e Paulo.

Ho cominciato ad andare a scuola quando avevo 5 anni, ma dovevo ripetere un anno perché ero troppo piccolo fisicamente; a 7 anni ho cominciato la scuola primaria a Masandare Primary School che ho frequentato per sette anni, dato che ho poi scelto di entrare in seminario, infatti se avessi scelto di continuare nella scuola del governo avrei dovuto fare sei anni. Per entrare in seminario ho dovuto fare un esame che ho superato. Ho cominciato a fare il chierichetto a 6 anni e ho continuato fino a 18 anni: eravamo più di 200 tra bambini e ragazzi; ho fatto il capo dei chierichetti per cinque anni nella Cattedrale di Same.

Da quanto sei a Roma?

Sono a Roma da due anni, sono arrivato il 28 luglio 2016. Sto studiando teologia alla Pontificia Università della Santa Croce. Alloggio nel collegio internazionale ecclesiastico Sedes Sapientiae.

Com’è nata la tua vocazione?

Essendo nato nel villaggio ma cresciuto in città, partecipavamo alla Messa quasi ogni giorno durante tutto l’anno. Seguendo la nostra tradizione, nel mese di dicembre tornavamo a casa, nel villaggio, dove è più complicato celebrare la Messa poiché solo la mia famiglia è cattolica nel paesino, mentre le altre famiglie sono musulmane, protestanti, anglicane, avventiste e la parrocchia più vicina è lontana. Quando siamo a casa, il 26 dicembre, si celebra la S. Messa per i defunti del clan. Non avere la possibilità di partecipare alla Messa mi faceva star male, ma non era colpa di nessuno perché nella diocesi ci sono pochi sacerdoti che non possono stare sempre ovunque. Solo il 12% della popolazione è cattolica e questa è dispersa nella diocesi. Da piccolo volevo essere un sacerdote per servire coloro che non potevano essere serviti, dunque la mia vocazione è nata così. A 14 anni sono entrato in seminario minore, dove inizialmente eravamo 93, ma dopo sette anni siamo rimasti in 14 e soltanto in 4 abbiamo continuato con la formazione nel seminario maggiore. Avendo finito il seminario minore, volontariamente ho scritto una lettera al Vescovo chiedendo di essere ammesso al seminario maggiore per gli studi filosofici, ma prima ho dovuto fare un anno propedeutico, dopo il quale il Vescovo mi ha mandato nel collegio internazionale gestito dai Padri Missionari dello Spirito Santo, dove mi sono laureato in filosofia. Quando stavo per finire gli studi il Vescovo mi ha chiesto se fosse stato possibile che io andassi a studiare a Roma. Per me era difficile rispondere a questa domanda, perché avevo ansia di andare all’estero, specialmente nella Terra Santa, a Roma, avevo anche paura a lasciare la mia terra e la mia famiglia per tre anni. Per un po’ sono rimasto indeciso, ma poi ho scelto di seguire la voce del Signore che parlava attraverso quella del Vescovo e sono partito per venire in Italia.

Cosa prevedi per il tuo futuro?

Tra un anno torno a casa, faccio pastorale per 6 mesi; poi sarò ordinato diacono e dopo altri sei mesi sacerdote. Voglio essere un buon sacerdote in campagna, per servire le persone per cui è difficile avere i servizi del sacerdote.

 

 

Intervista al chierico – Rogelio Vargas Martinez

A cura di Beatrice Barbera

 


Qual è il tuo paese d’origine?

Sono messicano, dello stato di Oaxaca, al sud del Messico. Appartengo alla diocesi Prelatura di Mixes.

Raccontaci qualcosa di te, della tua infanzia…

Sono nato a San Josè Rio Mansa il 21 febbraio 1995. Sono il penultimo di 6 fratelli, 5 maschi e solo una femmina: Gabriel, Pedro, Alma, Ippolito, Victor. Mia mamma si chiama Guadalupe e mio papà Joan. Ho frequentato la scuola elementare per tre anni, poi la primaria per sei anni, per passare alla secondaria per altri tre anni e infine ho frequentato la Scuola Preparatoria, che dovrebbe durare tre anni, ma io ne ho fatto solo uno, perché poi sono entrato in seminario.

Da quanto tempo sei a Roma?

Da un anno, sono arrivato il 29 agosto 2017. Ora sto studiando teologia alla Pontificia Università della Santa Croce e alloggio presso il collegio internazionale Sedes Sapientiae. Dovrei terminare i miei studi a Roma nel 2020.

Perché hai deciso di diventare sacerdote?

Quando frequentavo la Scuola Preparatoria avevo una fidanzata, ero molto giovane ma pensavo già a creare una famiglia con lei. Non so se ero veramente innamorato di lei, però vivevo come fanno solitamente i giovani. Io non andavo molto in chiesa ma lei sì e dato che volevo vederla anche nel fine settimana, poiché non potevo andare a casa sua né lei poteva venire da me, ho cominciato ad andare a Messa così la vedevo, ci parlavo e andavamo un po’ in giro per stare insieme. Le prime domeniche di solito rimanevo nell’angolo della chiesa, perché avevo vergogna, non mi piaceva e non mi interessava, anzi non sapevo nemmeno cosa dicesse il prete. Più tardi sono diventato amico del sacerdote, che ha cominciato a parlare con me chiedendomi se credevo in Dio e cosa volevo studiare dopo la Scuola Preparatoria; abbiamo fatto amicizia e quindi ho cominciato ad andare a Messa non più per la mia ragazza, ma per ascoltare veramente ciò che diceva il sacerdote e per conoscere meglio Dio. Il prete mi ha invitato a fare il chierichetto quando avevo 15 anni ma ho rifiutato. Lui si spostava anche in chiese vicine e io andavo con lui e parlavamo sempre di più. Una domenica sono arrivato un po’ in ritardo, perciò non ho voluto entrare, ma in parrocchia c’erano dei seminaristi che facevano pastorale; loro vendevano libri fuori dalla chiesa e uno di loro mi si è avvicinato e mi ha chiesto perché fossi lì e non dentro; ho risposto che avevo vergogna perché la messa era già iniziata. Abbiamo parlato un po’ e mi ha anche chiesto se avessi mai pensato di diventare prete, la mia risposta è stata negativa, perché avevo la fidanzata; mi ha poi chiesto se volevo fare un’esperienza con loro in seminario. In quel momento le vacanze erano già cominciate e avevo due mesi liberi, perciò ho deciso di andare con loro. Ho parlato con il sacerdote mio amico ed era contento del fatto che avrei fatto questa esperienza. Sono andato con loro e non so cos’è successo, ma dopo due mesi le cose sono cambiate e il mio pensiero era molto diverso, avevo imparato tante cose. Dovevo tornare a casa per ricominciare le lezioni, ho parlato con la mia famiglia e ho detto che volevo rimanere in seminario perché mi era piaciuto molto; loro si sono arrabbiati molto e mi hanno detto di no. Quel giorno ho cominciato a piangere, ho parlato col sacerdote e con gli altri seminaristi; sono tornato a casa piangendo e ho parlato di nuovo con la mia famiglia, ma non sono riuscito a convincerli della mia scelta. Avevo perso le speranze. Dentro il mio cuore qualcosa mi diceva che la mia vita non era quella di avere una sposa, ma quella di servire Dio, la Chiesa, aiutare gli altri come prete.

Il sacerdote mi ha telefonato e mi ha detto che il giorno successivo sarebbe venuto a casa mia per parlare anche con la mia famiglia; c’erano la mamma e alcuni dei miei fratelli. La mia mamma ha cominciato a piangere, ma poi mi ha comunque dato il permesso di andare. Anche lei è molto cattolica, quindi ha capito.

Non mi ricordavo nemmeno più della mia fidanzata. Nei due mesi in seminario ho scoperto molte cose e ho sentito qualcosa nel cuore che  mi chiamava e ho quindi deciso di rimanere in seminario.

Come pensi sarà il tuo futuro?

Mi aspetto un futuro bello e felice, ma con molte sfide da superare. Voglio essere un prete vicino alle persone, che possa avvicinare a Dio soprattutto i ragazzi. Diventerò diacono dopo aver finito gli studi in teologia e secondo ciò che il Vescovo mi ha detto tornerò a Roma per studiare per la Licenza, ma sinceramente non mi piacerebbe.